Marco Omizzolo
Sotto Padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana
Editori Fondazione Giangiacomo Feltrinelli 2019
Scheda a cura di Gian Paolo Zara
Marco Omizzolo, è nato nel 1975 a Sezze (Latina), vive a Sabaudia e ha sempre avuto la passione per lo studio e la comprensione della realtà che lo circonda. È diventato sociologo, uno tra i più attivi in Italia, dopo aver sperimentato, per circa 3 anni, gli studi universitari in Giurisprudenza. Ha prodotto una tesi sulle migrazioni internazionali e uno studio empirico sulla comunità sikh pontina, attraverso l’osservazione sul campo. Ne è venuta fuori un’esplosiva inchiesta sul caporalato che ha scatenato un terremoto giudiziario nella provincia di Latina. Grazie all’essersi “infiltrato” nelle campagne pontine, bracciante tra i braccianti indiani, sottomessi a un caporale connazionale e a un padrone italiano, ha messo a fuoco i contorni di un fenomeno sempre più capillare e radicato. Marco Omizzolo ha anche seguito i movimenti e le attività di un trafficante di esseri umani in Punjab (India), per diversi mesi, nell’ambito di uno studio sulla tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Sergio Mattarella, nel dicembre 2018, gli ha conferito un prestigioso riconoscimento per il suo impegno in difesa della legalità grazie alla sua opera di contrasto al caporalato. A lui l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, individuato dal Presidente come simbolo di impegno civile. Ha ricostruito e raccontato la rete di crimini dietro lo sfruttamento dei braccianti nei campi, quelle “agromafie” che innervano e infestano il mercato del lavoro con una realtà vastissima e sommersa. Non sono mancate minacce di morte per il suo impegno contro l’illegalità, ma il suo coraggio e la sua determinazione vanno oltre la paura di essere colpito. Marco Omizzolo è legale rappresentante dell’associazione ‘Tempi moderni’, oltre che consigliere di ‘In Migrazione‘, cooperativa sociale che si occupa di mediazione culturale e assistenza ai migranti. Collabora con diverse pubblicazioni scientifiche sul fenomeno migratorio e con varie testate tra cui L’Espresso. Ha pubblicato numerosi saggi scientifici poi pubblicati su riviste internazionali.
La sociologia secondo Omizzolo? “La capacità di comprendere in un processo continuo e aperto, processi assai complessi, evitando qualunque banalizzazione, e nel contempo immaginare e progettare percorsi di contrasto e riemersione contro ogni forma di violenza e sfruttamento. Su questa strada mi piace camminare e qui spero di continuare a vivere”.
Secondo il sesto rapporto Agromafie dell’Istituto Eurispes, le agromafie in Italia fatturano ogni anno 24,8 miliardi di euro. Soldi sangue e fatica di cui si appropriano padroni e padrini in un sistema criminale che ancora non abbiamo imparato a conoscere bene e che non si ferma davanti a nulla. “….Le mafie dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e le altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto….”. Ecco quindi che Omizzolo chiarisce subito lo scopo e la metodologia usata per affrontare tale fenomeno: “……Per comprendere tale fenomeno dovevo partire dall’organizzazione di un lavoro sociologicamente e metodologicamente accurato di ricerca-azione e poi di azione sociale, operata direttamente sul campo. Non mi bastava indagare le agromafie. Volevo cambiarle, contrastarle, sconfiggerle. Per questa ragione dovevo organizzare le modalita’ formative e poi vertenziali che potessero permettere l’autodeterminazione ed emancipazione degli sfruttati. E’ l’unico modo per farlo era lavorare sul protagonismo degli stessi sfruttati, degli emarginati, degli scarti gettati negli anfratti delle nostre periferie, lontani dagli occhi del benestanti e ben pensanti….”.
Il libro descrive le condizioni di vita, di lavoro e la resilienza degli “schiavi” sfruttati nelle campagne dell’Agro Pontino, che per la maggior parte appartengono alla comunita’ sikh proveniente dalla regione del Punjab indiano. Quando degli uomini o delle donne vengono considerati schiavi, non sono piu riconosciuti come esseri umani, ma come oggetti. L’autore cita le parole di un padrone italiano, imprenditore di successo, oltre 200 ettari di serre, un suv Mercedes da oltre 100000 euro, una casa che sembra una reggia, “…….Sono uomini al mio servizio e non me frega un cazzo del sindacato dei giornalisti e dei carabinieri. Se vengono dall’India fin qui e non tornano nel loro paese dopo aver lavorato per noi, significa che a loro sta bene e che in patria stanno molto peggio che qui…”.
Nel libro Omizzolo descrive il suo metodo originale con cui affrontava la ricerca sull’agromafia pontina. Attraverso il paziente contatto diretto con i componenti della comunita’ Sikh, la verifica sul campo delle condizioni di lavoro sfruttato, lo studio quotidiano del sikhismo, sino al soggiorno di alcuni mesi in Punjab al fine di capire meglio la loro cultura. Nei vari templi Sikh dell’aera pontina avvenivano incontri formativi con le persone in cui si affrontavano i temi del loro lavoro sfruttato e dei loro diritti, al fine di far nascere nei singoli la coscienza dello sfruttamento e la rivendicazione dei loro diritti. “…..La metodologia di ricerca che decisi di adottare, ossia l’osservazione partecipata, con interviste in profondita’ che collocai all’interno di un dialogo continuo con tutti i membri della comunita’, compresi caporali, trafficanti e leader indiani, mi permise non solo di osservare cio’ che non era mai stato osservato, ma anche di vivere cio’ che non doveva essere ne’ visto ne’ raccontato, e che io avevo osservato e raccontato grazie all’esperienza che avevo vissuto in prima persona come bracciante…..”. Per tre mesi l’autore lavora nei campi sotto padrone come gli schiavi sikh di cui vuole studiare lo sfruttamento. Tutto il libro e’ quindi pervaso delle storie individuali di sfruttamento e violenza.
“….Oltre le pratiche da schiavisti i padroni si organizzano tramite un sistema articolato ed efficiente, in collaborazione con i propri ragionieri, commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro, escogitando pratiche che favoriscono i loro interessi: rinnovo dei permessi di soggiorno, buste paga e contratti falsi, e falsamente compilati, salari yo-yo, pagati al computer ufficialmente e poi restituiti, almeno in parte, al padrone in contanti, truffe per il rinnovo dei documenti, salari pagati in ritardo anche di un anno o mai corrisposti, violenze fisiche e intimidazioni, ricatti e violenze sessuali alle lavoratrici……”.
L’autore dedica un capitolo interessante alla tratta internazionale di essere umani che poi sono resi schiavi nell’Agro pontino. La descrizione e’ basata sul suo soggiorno di tre mesi in Punjab e sui riscontri diretti nel campo pontino “……questo genere di tratta e’ espressione di un’alleanza strumentale tra trafficanti indiani, alcuni padroni pontini compiacenti e liberi professionisti dediti all’agevolazione di pratiche utili a questo genere di attivita’ criminali. Una sorta di “protomafia” che sta prosperando grazie alla grave lentezza dimostrata dallo Stato nel comprenderne l’organizzazione, l’evoluzione e gli interessi. Le figure apicali di questa consorteria criminale sono almeno tre: il trafficante indiano e i suoi affiliati, l’imprenditore agricolo compiacente e il gruppo di indiani interessati a emigrare in provincia di Latina. A questa triade si sommano alcuni professionisti, in particolare consulenti del lavoro, impiegati pubblici e agenti delle forze dell’ordine, commercialisti, avvocati e ragionieri. Si tratta di attori senza i cui servizi le organizzazioni criminali punjabi e gli imprenditori pontini collusi non riuscirebbero a realizzare i loro progetti……I proventi di questa operazione variano dai 7000 ai 15000 euro a persona, in relazione al grado di amicizia o parentela che i potenziali reclutati hanno con lo sponsor o i loro referenti locali, alla disponibilità’ economica della famiglia, ai costi per il reperimento dei documenti e del biglietto aereo. Considerando che ogni arrivo dal Punjab comprende un numero di lavoratori variabile dalle 5 alle 20 unita’, ne deriva che il trafficante e il suo clan sviluppano un volume d’affari che va da 35000 a 300000 euro per singolo arrivo…..”.
Una grave scoperta dell’indagine dell’autore e’ stata l’uso di sostanze stupefacenti da parte dei lavoratori-schiavi. Una forma di doping vissuta con vergogna e praticata di nascosto perche’ contraria alla propria pratica religiosa e alla propria cultura, oltre che severamente contrastata dalla propria comunita’ Sihk. Eppure per alcuni lavoratori sikh si tratta dell’unico modo per sopravvivere ai ritmi di lavoro imposti, insostenibili senza quelle sostanze. Quali sostanze? “…..si trattava di bulbi di papavero essiccati, da cui venivano estratti alcuni semi che sciolti nel chai (the indiano) o posti sotto la lingua, avevano un effetto analgesico. Quei bulbi erano la parte residuale o di scarto della lavorazione del papavero per l’estrazione di sostanze stupefacenti…..”. “…Le agromafie dunque corrodono e corrompono non solo il sistema economico, ma anche i corpi dei cittadini, non solo dei lavoratori ai margini del sistema sociale. Le agromafie possono essere lette anche attraverso le analisi cliniche dei braccianti e quelle effettuate sull’ambiente, a patto che ci sia qualcuno disposto a compiere un lavoro tecnico e politico tanto delicato….”.
Nella prima parte del libro l’autore espone quindi il contesto di sviluppo delle agromafie pontine, mentre nella seconda parte descrive il lavoro svolto con la cooperativa sociale In Migrazione per tentare una svolta verso la riconquista dei diritti degli schiavi sikh attraverso progetti e lavoro quotidiano che porteranno alla presa di coscienza individuale e che determineranno la ribellione degli sfruttati con occupazione di serre e due scioperi generali. La metodologia scelta dall’autore per determinare questa svolta e’ ben delineata: “…..Non possiamo immaginare rivoluzioni, ma azioni quotidiane che scardinino l’ordine costituito delle agromafie attraverso la consapevolezza, l’impegno collettivo, l’informazione, la formazione e la ricerca. Meglio accendere ogni giorno un cerino, che attendere un “sol dell’avvenire” che non arrivera’ mai. Ogni lavoratore, migrante o italiano che sia, nel momento in cui comprende il ruolo del padrone e il complesso dei diritti di cui e’ titolare, diventa o puo’ diventare un individuo un po’ piu’ libero, non piu’ completamente controllabile dalle agromafie………ho sempre preferito la politica dei passi piccoli ma certi, sicuri, qualificati e per questo pesanti. Preferisco essere una zanzara che punge il padrone, piuttosto che un leone addormentato nella savana….”. Nei mesi, anni successivi l’autore ha pagato di persona il suo impegno con alcune gravi intimidazioni attraverso messaggi trasversali, vandalizzazioni della sua auto e quella del padre sino a chiari messaggi di morte. Ma contemporaneamente le notizie del suo lavoro venivano riprese da quotidiani e televisioni. Il lavoro quotidiano a fianco dei lavoratori sihk iniziò a dare risultati di presa di coscienza ed iniziarono occupazione delle serre e richieste di miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro che culminarono il 18 aprile 2016 nel primo sciopero generale nell’Agro pontino a cui parteciparono oltre 4000 lavoratori-schiavi. “…..Dopo circa dieci anni di semina che alcuni dicevano al vento, di utopia irrealizzabile, di diritti calpestati che nessuno aveva il coraggio di raccogliere e curare, di vite spezzate, di corde al collo tese intorno al collo degli ultimi, di gambe che pedalavano stanche di notte e notti in cui mille lucine bianche sulla fronte di mille uomini si muovevano silenziose dentro le serre, era venuto il tempo della nostra rivoluzione, quella possibile in quel momento e quella in cui avevo creduto fin dall’inizio e nella quale continuo a credere….. non piu’ sotto padrone, ma contro il padrone e per un Paese migliore. Quei semi avevano fruttato diritti….”.
Per chiarire meglio il clima politico istituzionale a Latina il 18 aprile 2016, giorno del primo sciopero organizzato dai braccianti-schiavi, Omizzolo racconta le parole del Prefetto davanti alla delegazione dei braccianti ricevuti in Prefettura durante lo sciopero. “…. Ci disse guardandoci negli occhi. Cari signori, questa prefettura, finche’ ne saro’ responsabile io, non trascurera’ alcuna situazione di sfruttamento e non tollerera’ alcuna forma di illegalita’. Perche’ ciò possa accadere e’ pero’ necessario che i cittadini ci informino, presentino denunce istanze, si confidino con noi. Noi raccoglieremo quelle segnalazioni e faremo seguire indagini accuratissime. Ma questo rapporto di denuncia tra i cittadini e questa istituzione e’ fondamentale. Vi voglio far presente che, proprio per questo, quanto e’ stato da voi organizzato oggi, in questa piazza, per me non ha alcun valore. E sapete perche’? Perche’ questi signori che stanno manifestando in piazza della Liberta’ e dichiarando di essere sfruttati, come anche voi avete qui sostenuto, non hanno mai presentato a questi uffici una sola domanda. Dunque per me tutto questo non ha senso, non esiste, e’ come se non fosse mai accaduto. Chiaro?......”.
In ogni caso la lotta e il lavoro di anni nell’Agro pontino danno i loro frutti nella legge 199/2016 approvata dal Parlamento Italiano nell‘estate del 2016: “…tale legge riscrisse l’articolo 603 del nostro Codice penale che fu rubricato come “disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallienamento retributivo nel settore agricolo….L’art. 1 della legge 199/2016 non punisce infatti, solo, la condotta di illecita intermediazione di manodopera (caporalato) ma anche l’utilizzo, l’assunzione o l’impiego di manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, indipendentemente dal fatto che tali lavoratori siano stati reclutati attraverso l’opera di intermediari (ovvero mediante i caporali…) Con la nuova norma, finalmente si potevano mandare in galera anche i padroni….”.
Verso la fine del libro due capitoli interessanti riguardano gli abusi sessuali sulle lavoratrici e il commercio clandestino di fitofarmaci pericolosi e dannosi alla salute dei lavoratori e dei consumatori.
Sul primo aspetto Omizzolo documenta come donne, spesso migranti, per lavorare devono accettare di essere palpeggiate dal padrone o dal caporale di turno, se non di salire sull’auto del padrone allo scopo di soddisfare le sue pulsioni. “……Non era solo perversione. Era anche l’espressione di un potere machista e padronale che faceva del corpo delle lavoratrici un oggetto, uno strumento per fare soldi e per godere”.
Circa i fitofarmaci illegali, grazie al lavoro da infiltrato, l’autore riesce a documentare e a procurarsi campioni di sostanze tossiche e cancerogene usate nei campi pontini. “….I carabinieri del Nucleo antisofisticazioni ci fornirono i numeri dei sequestri negli ultimi anni. 12631 confezioni nel 2018, 2095 nei primi 6 mesi del 2019. Era solo la punta dell’iceberg…. questi prodotti producono il cancro. Infettano l’aria respirata dalla popolazione. Poi infettano il corpo dei braccianti, e a volte anche dei padroni. Infine anche quelli dei consumatori, che acquistano prodotti pensando che siano genuini. Si scopri’ un inferno tossico e criminale….”.
L’autore conclude cosi il suo libro: “…….Mentre scrivo, le lotte dei braccianti indiani nel Pontino continuano. La loro soggettivita’ si sta liberando da ogni condizionamento professionale e interessato. Negli ultimi due anni hanno conquistato la loro autorevolezza e indipendenza, anche rispetto alla mia azione, e questo e’ indicatore di un lavoro sviluppato nelle vene di una comunita’ e di una classe sociale che ha deciso di essere indomita contro le agromafie e il caporalato. E’ una comunita’ partigiana che sfida il padrone, caporale, mafioso, trafficante e professionalmente corrotto. Una sfida che costa fatica, rischi, esposizione, ma che resta, ieri come oggi, l’unica strada possibile pre rafforzare la democrazia e rendere vivi i diritti dei lavoratori…..”.
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