Manifestazioni studentesche di oggi e di ieri

Scarica Documento

Manifestazioni studentesche di oggi e di ieri



 - Gianna Montanari -



 



Venerdì 18 febbraio 2022  in quaranta città d’Italia gli studenti sono scesi in piazza per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro, con cartelli per ricordare la tragica morte dei due studenti Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, causata da incidenti nel corso di stage lavorativi, e per chiedere l’abolizione delle due prove scritte dell’esame di maturità, ripristinate dal ministro dell’Istruzione Bianchi dopo la pandemia.  Chiedono anche che sia destinata alla scuola una quota del Pnrr. In diversi casi le manifestazioni sono degenerate. A Roma,  in migliaia al corteo nazionale, è stato bruciato il simbolo di Confindustria, a Torino le forze dell’ordine sono intervenute a bloccare il tentativo di occupare la sede dell’Unione industriale, e, successivamente, della Prefettura. Alcuni manifestanti hanno assalito i carabinieri che erano di guardia davanti all’Unione industriale; questi, peraltro, non hanno reagito alla violenza e sette di loro sono stati feriti; a quanto dicono i giornali l’assalto è opera di infiltrati che coi problemi della scuola hanno poco a che vedere. Infatti gli studenti di molte scuole si sono esplicitamente dissociati. La non reazione dei carabinieri è stata il contraltare di quanto successo il  23 gennaio a Roma, il 28 a Torino, quando le forze dell’ordine sono intervenute pesantemente, colpendo e picchiando gli studenti. Su questi episodi di violenza la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese il 9 febbraio aveva risposto in Parlamento, sostenendo  che in mezzo agli studenti si erano infiltrati autonomi e antogonisti che cercavano lo scontro con la polizia e al momento buono si sono staccati; così in mezzo sono restati gli studenti innocenti; dietro le quinte degli incidenti a Roma, Torino, Napoli e Milano ci sarebbe la regia dei centri sociali[1]. La situazione è incandescente, ma il malessere degli studenti è vero, e lo esprime su “La Stampa” del 19 febbraio Elsa Fornero, quando dice che sbaglierebbe chi pensasse che le proteste degli studenti siano una reazione o uno sfogo al lungo, sofferto periodo di pandemia. “Il malessere è più profondo e rivela la paura, forse neppure esplicitamente riconosciuta, per un futuro  che non sembra dare ai giovani alcuna vera ancora, riconoscibile collocazione nella società. Non sanno per che cosa crescono, questi ragazzi. Le vecchie certezze del ciclo di vita […] tutto sembra saltato”. La ribellione dei ragazzi – non la violenza – va compresa anche perché ha radici lontane, ma sarebbe un grave errore dire loro: - Avete ragione con le vostre richieste e vi accontentiamo subito tornando all’esame di maturità senza scritti e abolendo l’alternanza scuola-lavoro. “Queste sono le risposte ipocrite di una società invecchiata che non vuole risolvere il conflitto generazionale  di cui si è servita, nei decenni passati, per alimentare parte del proprio benessere […]. Perché noi, generazione anziana, cresciuta economicamente sui sacrifici dei nostri genitori, dovremmo aspettarci il rispetto (non dico il plauso) dei nostri giovani? Possiamo pensare che qualche bonus, il reddito di cittadinanza, i pre-pensionamenti di quota 100 siano fondamenti sufficienti su cui edificare? Accettiamo piuttosto il confronto non a suon di piccole e temporanee concessioni ma riportandolo entro la cornice di un futuro nella quale questi giovani si possano sentire protagonisti, non Neet, disoccupati, precari, emarginati, emigrati. […]”.



Alla valutazione di Elsa Fornero, che denuncia le colpe della vecchia generazione, possiamo aggiungere quella di Tommaso De Luca, preside dell’istituto Amedeo Avogadro da più di vent’anni[2]; era un adolescente durante i movimenti degli anni di piombo, e da docente e preside ha visto la Pantera (1989-90 contro la riforma universitaria Ruberti) e l’Onda (autunno 2008 contro la riforma Gelmini). Delle proteste di questi giorni dice: “Si tratta di prove tecniche di protagonismo giovanile”. In queste rivendicazioni vede “una ripresa degli spazi di azione, dopo due anni in isolamento. È stato il modo per tornare a contare come movimento”. Quelli che manifestano sono ragazzi tra i 15 e i 18 anni che hanno patito le restrizioni della pandemia, persone normalissime; tre settimane fa hanno preso le botte in piazza e si sono stupite e afflitte. C’è stato un colossale errore repressivo.



Mentre l’Onda e la Pantera erano risposte a grossi cambiamenti della scuola e della società (pensiamo alla Pantera, che esplode nel 1989-90, cioè negli anni che vedono la fine dell’Urss, la caduta del Muro di Berlino, la fine del Pci in Italia), adesso invece le potenzialità portate dal Pnrr sono sostanzialmente sconosciute. “Occorrerà un po’ di tempo per vedere cosa bolle in pentola e se il mestolo per mescolare lo gireranno anche gli studenti”. I vertici istituzionali devono ascoltare gli studenti, devono rendersi conto che bisogna ascoltarli. Bisogna ritornare a parlare con loro, rivedendo anche i loro meccanismi di rappresentanza, che sono in crisi, come quelli della politica partitica.



Sempre Tommaso De Luca su “La Voce e il Tempo”[3]  al di là dei tragici incidenti che hanno causato la morte di Lorenzo e Giuseppe, difende l’Alternanza scuola-lavoro, anche denominata 



  Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto): “I Pcto  costituiscono un fatto naturale ed irrinunciabile per tutto l’universo delle scuole tecniche e professionali [...]. È giusto invece aprire una riflessione sulle esperienze in azienda, sulla loro struttura, sulle aziende che vi partecipano e sulla voce in capitolo che gli studenti devono avere nella gestione di un percorso che è a tutti gli effetti formativo e non solo addestrativo. Non scuola in azienda sì o no, ma scuola in azienda fatta meglio”. Riguardo alla protesta per gli esami di maturità, ricorda che la seconda prova scritta, quella che verte su una materia caratteristica del corso di studi, non è la stessa per tutti a livello nazionale, ma viene elaborata da ogni singola Commissione, e la commissione è ancora quella dei tempi dell’emergenza, formata da tutti professori interni tranne il presidente, che è “il garante della correttezza formale, procedurale”. E conclude: “Benvenuti quindi gli studenti che si affacciano nelle piazze [...] ma se progettano un protagonismo serio e proattivo”.



 



Di fronte a questi avvenimenti non posso fare a meno di pensare alle ricorrenti manifestazioni studentesche che ho incontrato nei miei anni di insegnamento, proprio all’Avogadro, con le occupazioni, le autogestioni e i cortei. Mi sembra che quelle degli anni ‘70, in confronto a quelle attuali, fossero molto più ideologiche, mentre adesso mi sembra che le questioni affrontate siano più legate a questioni concrete, compresi gli scioperi della fame e le manifestazioni per l’emergenza ambientale che i giovani vedono – e non a torto – come la velenosa eredità che gli abbiamo lasciato. 



Era il 1969 e la contestazione era già arrivata nelle scuole medie superiori, in primis all'Avogadro: l’anno precedente avevo insegnato a Bra e tornando in treno  avevo conosciuto una giovane insegnante che faceva lo stesso percorso mio in senso inverso: quando io tornavo a casa, lei partiva per andare a scuola, per l’appunto all'Avogadro, dove aveva spesso il turno del pomeriggio; mi parlava della contestazione e mi garantiva che gli insegnanti non riuscivano proprio a fare lezione; a me, abituata alle compite ragazzine braidesi, questi racconti suscitavano meraviglia; non immaginavo che l'anno successivo mi sarei trovata anch'io nel marasma. E così fu. La contestazione studentesca costrinse me, come molti altri giovani colleghi, a uscire dal guscio di un individualismo culturale per fare i conti con il rifiuto dei programmi ministeriali, considerati obsoleti, il rifiuto dell’autorità dell’insegnante, la volontà di organizzarsi in autonomia, e, direi soprattutto, il desiderio di trattare argomenti di viva attualità. Queste istanze, spesso confuse, si traducevano in mattinate di sciopero con manifestazioni in piazza e in assemblee generali o di classe. Erano gli anni del terrorismo e molti di noi tremavano al pensiero di quello che poteva succedere nelle piazze. Di fronte a questa situazione c’erano insegnanti che continuavano a svolgere il programma come niente fosse, incuranti che gli studenti li seguissero o no, altri che aderivano alle manifestazioni, accompagnando fuori gli studenti, altri che partecipavano alle assemblee interne, cercando un dialogo con i ragazzi.  Io credo di aver tentato di fare questo, non so con che risultati. Da una parte ero solidale con loro, come pure con i colleghi che volevano un rinnovamento della scuola, dall’altra mi tormentava il tempo “perso” allo svolgimento dei programmi che alla fine si dovevano rispettare. Non ero fra coloro che condannavano in blocco tutto. Anche fra gli studenti c’erano diverse posizioni: c’erano i leader trascinatori e c’erano quelli che si facevano trascinare; c’erano anche molti indifferenti o spaventati che in quelle giornate semplicemente restavano a casa. Però non sono assolutamente d’accordo con coloro che negli anni successivi hanno proclamato che il ‘68 è stata la rovina della scuola. Non è stato così. Come in tutte le rivoluzioni, insieme con il confuso e l’irrazionale è emersa un’idea nuova di scuola, che si è gradualmente realizzata, da cui non si torna indietro, pur con tutti i difetti che sono sotto gli occhi di tutti. Certo, siamo ben lontani dall’idea di democrazia nella scuola che si voleva realizzare con gli organi collegiali, e, al contrario di quanto allora si teorizzava, si è rafforzata l’autorità dei dirigenti scolastici... ma questo accentramento di poteri caratterizza tutta quanta la società. D’altra parte, se l’Avogadro diventò una scuola di punta riguardo alla contestazione, questo non avvenne a caso: c’era la posizione dell’Istituto, vicino a Palazzo Nuovo, al liceo Gioberti e alla sede di Lotta Continua, allora in corso San Maurizio, proprio di fronte alla scuola. E, soprattutto, c’era un corpo insegnante (una minoranza, circa il 30 per cento) motivato politicamente, di sinistra, del Pci o dei gruppi extraparlamentari, che prendeva le parti degli studenti.



 Nacquero le sezioni sindacali confederali d’istituto, molto attive in occasione delle prime elezioni degli organi collegiali, in opposizione ai sindacati cosiddetti autonomi, come lo Snals. Che cosa volevamo? Mentre gli autonomi rivendicavano soprattutto una rivalutazione della funzione docente, con retribuzioni soddisfacenti, i confederali, pur non disdegnando questo aspetto, partivano dall’idea della Scuola come parte fondamentale della società, e volevano che tutte le sue componenti – docenti e non docenti, studenti, genitori lavoratori – si unissero in una battaglia comune per rinnovare i programmi di studio, per combattere la dispersione scolastica, allora altissima, per far entrare la realtà nelle aule. E quindi, per cambiare la società.



La Lettera a una professoressa e la scuola di Barbiana di don Milani divennero un modello, mentre il Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) proponeva un rinnovamento della didattica che faceva piazza pulita dei programmi tradizionali di studio.



All’Avogadro tutto questo fermento entrò tumultuosamente.



 



  



  Nei primi anni ‘70 insegnare Letteratura italiana in un Istituto tecnico non fu semplice, anche   perché c’erano classi che avevano adattato a proprio uso e consumo la contestazione e pensavano che le ore di Italiano e Storia servissero come momenti di relax rispetto alle ore di materie tecniche, su cui non si transigeva. D’altra parte questa era anche l’opinione dei colleghi ingegneri... Ricordo ancora vivamente una quarta costruttori aeronautici abitata da belle teste pensanti... a loro modo mi volevano bene, ma lo studio era un’altra cosa. Alcuni provenivano dalla Valle di Susa, questa bella valle in cui, per come la conosco, non mancano spiriti originali e trasgressivi. Diversi di loro erano “politicizzati”: alcuni, dichiaratamente fascisti, frequentavano il Fronte della gioventù di corso Francia, altri erano dichiaratamente di sinistra; c’era anche un socialista lombardiano. Però la differenza di vedute non si trasformò in antagonismo personale, mi pare che vivessere in buona armonia perché a scuola li univa lo stesso fine. Alcuni di loro hanno fatto carriera politica a livello sia locale che nazionale. Quando quella quarta diventò quinta e dovette affrontare l’esame di maturità, (anno scolastico 1972-73), mi trovai anche a fare il membro interno, un ruolo su cui si potrebbe scrivere un libro. Dovevo difenderli, giustificare le carenze spiegando che erano originate da traumi infantili e così via. Uno in particolare, che aveva fatto ben poco a scuola, si era dato da fare in altri campi e l’argomento vincente fu... che la sua fidanzata era incinta!



Però verso la fine dell’anno tutti avevano capito che, anche se i programmi ministeriali facevano schifo, bisognava saperne qualcosa. Solo uno, peraltro intelligente, pensò che era il caso di portare la contestazione fino in fondo e si presentò all’orale facendo scena muta. Con suo grande stupore, fu l’unico bocciato. 



I costruttori aeronautici emigrarono nel nuovo Istituto di via Lanzo, che poi fu intitolato a Carlo Grassi, e io continuai prima con gli elettrotecnici, poi, dal 1980, con gli informatici. Ci furono altre contestazioni importanti nel 1977, ma tutti gli anni, con o senza motivo apparente, gli studenti si presero un periodo di autogestione nel primo quadrimestre. Non credo si possa addebitare tutto alla poca voglia di studiare e nemmeno a una ripetizione rituale, perché i problemi della scuola continuavano a sussistere: programmi obsoleti, laboratori carenti, selezione soprattutto nel biennio. 



 Gli anni dal ‘69 al ‘74-75 furono i più movimentati e anche i più travagliati: mi chiedevo se ero io che non sapevo più insegnare e credo che altri giovani colleghi se lo chiedessero. In questi frangenti maturò la scelta di iscrivermi a un sindacato confederale. La cosa divertente fu che scelsi la Cisl, iscrivendomi al Sism (Sindacato italiano scuola media), su sollecitazione di Marta, una collega marxista-leninista. All’inizio fui l’unica iscritta e ricordo il mio stupore quando in occasione di un’assemblea mi telefonò Cesare Delpiano in persona[4] per avere qualche informazione sul pubblico che avrebbe incontrato. Così, un po’ per caso, diventai rappresentante sindacale e, sempre per caso, entrai a far parte del direttivo del Sism al Congresso del 1973. Devo ammettere che continuai in entrambi i ruoli e che il sindacato mi ha dato molto sia per la giusta dimensione del lavoro che ho percepito attraverso gli  incontri con altri insegnanti che vivevano le mie stesse difficoltà sia per l’opportunità che mi ha dato di inquadrare la vita della scuola dentro la società, non come mondo a parte, isola più o meno felice, ma come centro pulsante di una comunità fatta di giovani, di lavoratori e di famiglie che vivevano sullo stesso pianeta. Nel sindacato ho conosciuto persone eccezionali, ho stretto amicizia che durano tuttora, ho imparato qualcosa dell’”agire politico” in senso buono. Un nodo cruciale che divideva gli autonomi dai confederali era quello della selezione. È utile bocciare? O è meglio mandare avanti lo stesso, dare un diploma finale che non corrisponde alla formazione acquisita, alle conoscenze effettive possedute, quindi difficile da spendere nel mondo del lavoro? Negli  scrutini finali veniva fuori lo scontro tra l’insegnante buonista, pronto a mandare avanti lo studente a tutti i costi, e quello rigoroso, per cui un profitto insufficiente è insufficiente e basta. A volte mi pareva che lo scontro vertesse su due modi diversi di vedere lo studente: da una parte si guardava esclusivamente alla sua conoscenza della materia, dall’altra si tendeva a vederlo come persona tutta intera. Ancora adesso non so darmi una risposta definitiva.



Lo scontro diventava aspro. Ricordo un collega che quasi ad ogni scrutinio a un certo punto si allontanava dicendo: vado a vomitare. Io mi chiedevo e mi chiedo ancora se la preparazione insufficiente dipende solo dallo studente, dal suo scarso impegno o dalla sua incapacità di padroneggiare la materia oppure anche dal tipo di insegnamento impartito dall’insegnante... Di solito gli insegnanti bravi riescono a ottenere di più dagli allievi. Non basta dire: studiate da pagina tale a pagina tale, bisogna spiegare la materia.



Ma il  bello della scuola è che hai sempre a che fare con i giovani. Poi crescono, a distanza di decenni magari li rivedi padri di famiglia, seri, composti. Ma aver a che fare con i giovani è sempre una bella esperienza, anche quando la classe è difficile e ti sembra di non aver realizzato niente. Non è  così, perché lasci sempre qualcosa.

A tua disposizione il documento:
manifestazionistudentescheoggieieri.pdf
Puoi leggerlo o scaricarlo...