Dalla Cisgiordania al Libano e Gaza: cresce la pressione per rivedere i rapporti con Tel Aviv, ma i 27 restano spaccati. Sullo sfondo, l’asse Netanyahu-Trump ridefinisce gli equilibri e aumenta i costi dell’inazione europea.
È un altro giorno senza pace per il Medio Oriente: mentre nel Golfo la tregua è appesa a un filo, dalla Cisgiordania arriva la notizia di un ennesimo violento attacco da parte di un gruppo di coloni ai danni di palestinesi. Secondo le testimonianze, gli aggressori hanno aperto il fuoco contro un gruppo di abitanti nei pressi della scuola del villaggio di Al Mughayyar, vicino a Ramallah, uccidendo un uomo e un ragazzo di 14 anni. Sulla scena erano presenti anche soldati delle Forze di difesa israeliane (Idf), che non sono intervenuti. Qualche ora prima, un ragazzo di 16 anni era stato investito e ucciso da un’auto di coloni mentre andava in bicicletta nei pressi di Hebron. Pensare che quanto accade in Cisgiordania sia separato rispetto alle tensioni nel Golfo sarebbe fuorviante: da quando, il 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno sferrato il loro attacco congiunto all’Iran, il numero di palestinesi vittime della violenza dei coloni in Cisgiordania è salito a 10. All’ombra della guerra nella regione, a Gaza aumentano i raid da parte di milizie armate e sostenute dall’esercito israeliano, che occupa oltre metà dell’intero territorio della Striscia. Intanto, nel vicino Libano prosegue l’opera di demolizione sistematica dei villaggi all’interno della ‘zona cuscinetto’ dichiarata da Israele.
