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ISPI – HORMUZ, PROJECT FREEDOM E VENTI DI GUERRA

Posted on 11 Maggio 2026
HORMUZ, PROJECT FREEDOM E VENTI DI GUERRA
Il Project Freedom annunciato da Trump per ripristinare la libertà di navigazione a Hormuz non convince i mercati e, al contrario, rischia di riaccendere le ostilità.
Donald Trump rilancia su Hormuz, ma rischia di compromettere il cessate il fuoco. Ieri, al termine di una giornata convulsa nello Stretto, il bilancio era di almeno un mercantile sudcoreano in fiamme, le installazioni petrolifere di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, bombardate e sei motoscafi iraniani della cosiddetta ‘Flotta delle Zanzare’ affondati da elicotteri d’attacco americani. A un mese dall’inizio della tregua, la situazione non è mai stata così vicina a una ripresa delle ostilità. Al conflitto sul campo e alla guerra di nervi corrisponde un’amplificazione della retorica, da entrambe le parti: con i consueti toni apocalittici Trump ha dichiarato che l’Iran verrà “cancellato dalle mappe” se attaccherà le navi da guerra americane. Teheran ha risposto di conseguenza: “Avvertiamo le forze armate straniere, in particolare l’esercito aggressore statunitense, che se tenteranno di avvicinarsi o di entrare nello Stretto di Hormuz, saranno attaccate”, ha dichiarato il generale Ali Abdollahi, comandante del quartier generale centrale di Khatam al-Anbia. La minaccia segue l’annuncio del presidente americano su Truth Social dell’operazione ‘Project Freedom’, finalizzata a guidare le navi bloccate attraverso il tratto di mare conteso. Teheran ha immediatamente affermato che l’iniziativa “viola il cessate il fuoco” e, in quello che avrebbe dovuto essere il primo giorno del nuovo regime di libertà di navigazione, solo due imbarcazioni hanno varcato lo Stretto. Nel frattempo, il prezzo del petrolio è tornato a superare i cento dollari al barile.
Project Freedom? Il Project Freedom annunciato dagli Usa per ripristinare la libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz si basa sulla potenza di fuoco schierata da Washington nella regione: 15mila militari, oltre 100 velivoli e cacciatorpedinieri lanciamissili a supporto delle navi mercantili che intendono transitare nel corridoio. Al di là dei numeri, però, restano aperti interrogativi fondamentali: non è chiaro come l’operazione dovrebbe funzionare nella pratica, né quali categorie di imbarcazioni sarebbero effettivamente assistite. Il servizio di “assistenza” – distinto dalla scorta navale vera e propria – è in larga misura un rebranding del Maritime Freedom Construct, un’operazione di coordinamento già in corso che promuove una rotta lungo il lato meridionale dello Stretto. Trump, fedele al suo stile, l’ha ribattezzata con un nome più accattivante, presentandola come “un gesto umanitario epocale” nell’interesse anche dell’Iran. Trasformandola in un’iniziativa presidenziale, tuttavia, ha alzato considerevolmente la posta in gioco: ciò che era un meccanismo tecnico-operativo diventa ora un banco di prova della credibilità americana. “Per le Guardie Rivoluzionarie – osserva Julian Borges sul Guardian –  tutto ruota attorno al controllo dello Stretto, e sono chiaramente pronte a correre rischi per mantenere questo principale punto di leva”. Il Project Freedom potrebbe quindi trasformarsi in una scorciatoia verso la ripresa delle ostilità – una prospettiva per la quale gli Stati Uniti sembrano comunque prepararsi, cercando di far sì che l’Iran venga percepito come l’aggressore.
 Posizioni inconciliabili? Al di là degli annunci, sono in pochi a mostrare fiducia per l’iniziativa. Il Financial Times segnala la reazione cauta di Intertanko, l’organismo di settore che rappresenta gli armatori indipendenti di petroliere, che ha lamentato la “mancanza di informazioni precise” sull’attuazione dell’operazione. Phillip Belcher, direttore del settore marittimo dell’associazione, ha dichiarato che “è troppo presto per valutare se questo rappresenti un passo positivo”, aggiungendo che la minaccia iraniana alle navi mercantili rimane concreta. Ancora più esplicito è stato Bjørn Højgaard, Ceo della società di gestione navale Anglo-Eastern, secondo cui “per sbloccare la situazione servono entrambe le parti, non solo una”: ciascuna può segnalare la propria disponibilità a far passare determinate navi, “ma a meno che l’altra parte non accetti concretamente tale disponibilità, la situazione in mare non cambia sostanzialmente”. La sintesi è netta: “Gli annunci sono una cosa, il passaggio sicuro e prevedibile è tutt’altra cosa”. Secondo l’Organizzazione Marittima Internazionale, sono attualmente circa 20mila i marinai e 2mila le imbarcazioni bloccati nel Golfo da oltre due mesi, con scorte di cibo e carburante in esaurimento.
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 Guerra di nervi o di propaganda? In una situazione di impasse come quella attuale “il principale ostacolo a un accordo è oggi la convinzione, da entrambe le parti, che l’altra cederà per prima” sottolinea il Guardian, secondo cui “l’Iran sta effettivamente subendo pressioni economiche severe: un milione di iraniani ha perso il lavoro dall’inizio del conflitto, l’inflazione alimentare ha superato il 100% e molti lavoratori non percepiscono lo stipendio. Il regime, tuttavia, ha attraversato crisi ben più profonde e non è una novità che la sua sfida sulla scena mondiale avvenga a spese della popolazione”. Soprattutto, Teheran conta su un calcolo preciso: che Trump non voglia – o non possa – permettersi una ripresa delle ostilità. Le ragioni sono almeno due: la prima, più politica, riguarda l’opinione pubblica americana, a maggioranza ostile a un nuovo coinvolgimento militare. La seconda è economica: ogni aumento della tensione fa salire il prezzo del petrolio, e con la benzina che rischia di superare i 5 dollari al gallone, la narrativa di ‘un’economia ruggente’ che Trump ha rilanciato ancora una volta ieri, in un incontro alla Casa Bianca con i leader aziendali, comincia a scricchiolare vistosamente. D’altra parte, è difficile immaginare che una nuova ondata di attacchi possa costringere il regime a capitolare più di quanto non abbiano fatto nei due mesi precedenti. I negoziati proseguono quindi in forma indiretta, ma con posizioni ancora molto distanti: l’Iran chiede un cessate il fuoco formale e il disimpegno delle forze straniere – incluse quelle israeliane in Libano – come precondizione per avviare qualsiasi trattativa sul nucleare. Nella guerra di nervi che si combatte attorno allo Stretto, il rischio di una nuova escalation rimane la variabile più pericolosa di tutte.
Il commentoDi Paolo Magri, Presidente del Comitato Scientifico ISPI
“Prima chiuso, poi aperto, poi richiuso e infine addirittura doppiamente chiuso per dare urgenza e fiato a un negoziato che non va da nessuna parte. Con Project Freedom – ovvero Hormuz aperto senza l’accordo di Teheran – Trump prova a uscire dall’impasse con una mossa che gli permette di attribuire alla (prevedibile) reazione iraniana le colpe per la (probabile) ripresa del conflitto.  Mossa scaltra ma rischiosa, perché un ritorno alle ostilità sarebbe comunque una pessima notizia per tutti. Per l’America, per Trump e soprattutto per noi”.

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