di Paolo Benanti
Tre nodi da considerare tra emancipazione digitale e difesa dei diritti – Etica di frontiera – Il Sole 24 Ore 06.05.2026
C’è un paradosso che attraversa il discorso pubblico sulla tecnologia digitale: le categorie attraverso le quali una certa corrente tech promuove la propria agenda – democratizzazione, decentralizzazione, libertà d’espressione – sono le stesse categorie che, nella loro applicazione concreta, producono l’erosione sistematica delle istituzioni democratiche. […]
Il primo nodo è quello della democratizzazione. Oggi il termine ha subito una torsione semantica profonda rispetto al suo significato politico originario, dove indicava l’avanzamento verso forme di governo più rappresentative, […]. Ora democratizzare significa invece rendere disponibile in modo diffuso [..] senza che tale disponibilità implichi alcuna riflessione sulle condizioni che rendono queste funzioni sociali affidabili e responsabili. […] La radicalizzazione di questa logica nell’ambito delle criptovalute […] promuove un sistema in cui oggi mille indirizzi wallet controllano il quaranta per cento del Bitcoin, una concentrazione di potere che supera di gran lunga quella dei mercati finanziari tradizionali, ma che viene offerta come emancipazione dall’élite.
Il secondo nodo è quello della decentralizzazione[…]. Oggi la decentralizzazione viene presentata come l’opposto strutturale del controllo autoritario, senza che si specifichi mai quale tipo di potere si intenda distribuire, verso chi e attraverso quali meccanismi di responsabilità. […] Oggi la decentralizzazione funziona spesso come un velo che nasconde la concentrazione effettiva di potere nelle mani di pochi sviluppatori, rendendo al contempo questa concentrazione opaca agli occhi degli osservatori esterni e impunibile rispetto alle norme che regolano i mercati tradizionali.
Il terzo nodo, quello della libertà d’espressione, mostra come un diritto fondamentale possa essere sistematicamente reinterpretato fino a mutare di segno. Nel diritto costituzionale, la libertà di parola è una libertà negativa che vincola i governi: è lo Stato che non può censurare. Oggi è trasformata in un principio assoluto che vincola chiunque voglia regolare lo spazio digitale – inclusi i parlamenti democraticamente eletti –, mentre simultaneamente esonera le piattaforme private dall’obbligo di moderare i contenuti. […]
Ciò che accomuna queste retoriche è una struttura di fondo: il linguaggio della libertà e della democrazia viene mobilitato per bloccare l’esercizio della sovranità democratica. […] La democrazia non ha bisogno di nuovi miti tecnologici: ha bisogno di istituzioni capaci di esercitare la propria funzione di bilanciamento e controllo, di giuristi che resistano all’estensione del linguaggio dei diritti alle persone giuridiche, e di cittadini capaci di riconoscere, dietro la promessa di emancipazione digitale, la sagoma familiare del potere che si sottrae al rendiconto pubblico.

