di Gian Paolo Masone

Nel caso di Papa Leone XIV e del Presidente Trump l’espressione “parlano la stessa lingua” può ormai essere intesa solo in senso letterale: mai era accaduto che tra Vaticano e presidenza USA si fosse articolata una così accentuata ed esplicita divergenza di vedute.[1]
Da credente devo dire: fortunatamente. Le uscite e i comportamenti sgangherati di Trump non potevano più passare sotto silenzio e il perdurare della cautela da parte di Papa Prevost cominciava a preoccuparmi.
Come può — non solo un Papa, ma un uomo — tacere di fronte a guerre che appaiono sempre meno motivate, sempre più prive di regole e funestate da una ecatombe di civili innocenti?
Sappiamo che da tempo, segnatamente nel contesto della filosofia analitica, è stata abbandonata la ricerca della verità e del suo fondamento; sappiamo anche che vi è stata una svolta linguistica (linguistic turn) che, nelle sue posizioni più estreme, rischia di edificare un linguaggio autoveritativo. Tuttavia, nessuno si sarebbe aspettato una situazione come quella, assai bene tratteggiata da Savino Pezzotta nell’articolo di ieri, domenica 12 aprile,[2] in cui i danni di un idioma costantemente fuori dalle righe sono amplificati sia dall’autorevolezza della carica, sia dalla risonanza pervasiva del web.
Conviene realisticamente prenderne atto: a fronte del procelloso caos globale scatenato da un Trump molto diverso anche da quello del primo mandato, le speranze che finalmente possa scoppiare la pace sono paradossalmente dipendenti dall’incremento del costo del gallone di benzina e delle uova negli USA. Occorre infatti tenere a mente che Trump — pur aggiungendoci del suo — è il terminale di quell’America isolazionista, lambita dalla povertà, che scorgeva nelle guerre dei democratici e nell’immigrazione ispanica le ragioni del rincaro dei beni essenziali che l’attuale Comandante in capo aveva promesso di fermare.
Bene ha fatto il Papa, dinnanzi a un disordine trumpiano che contempla persino l’abbandono del tradizionale concetto di Occidente, a non attendere l’incremento del prezzo delle uova per denunciare “la politica che sa usare solo la forza” in nome del Vangelo.
D’altra parte, la grande tradizione occidentale, da Eschilo in poi, dovrebbe ricordare al Presidente che, dopo il momento della volontà di potenza — della Hybris, l’orgoglio rovinoso — sopraggiungono prima l’accecamento, Ate, di cui già si colgono i segni nella superficialità delle scelte belliche e, immancabilmente, e, subito dopo, la Nemesis, la vendetta divina: insomma, a ben vedere, la locuzione latina “quos vult Iupiter perdere, dementat prius” (a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione) parrebbe riferirsi proprio a Trump.
Note
[1] Durante il volo che lo ha portato ad Algeri, primo Papa in terra algerina, ha risposto ad alcune domande dei giornalisti sulle parole del presidente Trump, sottolineando di non avere l’intenzione di entrare in un dibattito con lui. Poi ha precisato: “Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi.”
[2]https://www.laportadivetro.com/post/trump-e-la-trasformazione-del-linguaggio-politico
