Matthias Schmelzer Andrea Vetter Aaron Vansitjan
Il Futuro e’ Decrescita
Guida per un mondo post-capitalista
Ledizioni 2023
Matthias Schmelzer è uno storico economico, teorico sociale e attivista climatico residente a Berlino. Lavora all’Università Friedrich-Schiller di Jena ed è attivo in diverse reti e movimenti socio-ecologici. Ha pubblicato L’egemonia della crescita e Degrowth in Movement(s).
Aaron Vansintjan vive a Montreal e scrive di cibo, città, politica ed ecologia. È il co-fondatore di Uneven Earth, un sito web incentrato sulla politica ecologica. È stato pubblicato su The Guardian, Briarpatch Magazine, Red Pepper, Truthout, Open Democracy e The Ecologist.
Andrea Vetter è un ricercatore di trasformazione, attivista e giornalista, che utilizza la decrescita, i beni comuni e l’eco-femminismo critico come strumenti. Insegna design della trasformazione presso l’Università d’Arte di Braunschweig. È redattrice della rivista Oya e vive ed è cofondatrice della House of Change, uno spazio rurale transregionale per l’arte, l’apprendimento e la co-creazione nella Germania orientale.
La parola decrescita viene definita nella prefazione al libro una parola bomba, che nessun politico pronuncerebbe in campagna elettorale dal momento che è attività comune valutare la salute dell’economia dalla crescita del PIL. Luca Mercalli nella post prefazione osserva che “se come specie vogliamo evitare di essere spazzati via dai nostri stessi eccessi, bisogna convincersi che è necessario mettere a dieta il nostro sistema economico. Bisogna consumare meno, riciclare di più, puntare sulle energie rinnovabili e mettere in discussione la crescita – anche quella demografica, pur rimanendo alla larga da ciniche conclusioni malthusiane – quale obiettivo unico della nostra specie: un mondo limitato non può sostenere una crescita illimitata”. Il libro analizza la decrescita sviluppando alcuni concetti elaborati durante la recente epidemia COVID-19; 1) Abbandono dello sviluppo incentrato sulla crescita del PIL aggregato ma distinguendo settori che possono crescere e necessitano investimenti (sanità, servizi pubblici essenziali, istruzione ecc.) e settori che devono decrescere in modo sostanziale (fossili e sistemi di marketing pubblicitario). 2) Un sistema economico incentrato sulla ridistribuzione, che stabilisca un reddito di base universale radicato in un sistema di politiche sociali, una forte tassazione progressiva di redditi, profitti e patrimoni, una riduzione dell’orario di lavoro e la condivisione del lavoro, e che riconosca il valore intrinseco del lavoro di cura e di servizi pubblici essenziali come la salute e l’istruzione. 3) Trasformazione dell’agricoltura nell’ottica di un’agricoltura rigenerativa basata sulla conservazione della biodiversità. 4) Riduzione dei consumi e degli spostamenti, con un cambiamento drastico da un modello di consumo e mobilità improntato al lusso e allo spreco a uno basato su essenzialità, necessità, sostenibilità e soddisfazione. 5) Cancellazione del debito, in particolare per i lavoratori e i proprietari di piccole imprese e per i paesi del Sud del mondo (sia da parte dei paesi ricchi che da parte delle istituzioni finanziarie internazionali). In sintesi quindi la decrescita parte dal fatto che un ulteriore crescita economica nei paesi industrializzati è insostenibile. “Ciò che distingue più chiaramente la decrescita da altre proposte socio-ecologiche è la politicizzazione del metabolismo sociale e le relative ramificazioni di politica pubblica…..mentre le proposte di Green New Deal tendono a enfatizzare questa spinta agli investimenti e la crescita di tutto ciò che è sostenibile, la decrescita pone anche e almeno altrettanto rigorosamente l’attenzione sulle molte cose a cui si dovrà rinunciare. Per dare vita a un’economia equa e sostenibile a livello globale occorrerà infatti smantellare vaste aree di produzione e consumo, sostituendole con sistemi diversi”.
Porre fine al perseguimento della crescita non significa puntare al collasso o alla recessione ma individua nella sua realizzazione un processo democratico di trasformazione in una società più giusta, sostenibile e caratterizzata da una minore intensità materiale ed energetica. Per gli autori del libro la decrescita non è solo un paradigma di ricerca scientifica ma anche un progetto politico, ma soprattutto la decrescita non vuol dire recessione economica. “La decrescita è l’opposto della recessione: le recessioni sono involontarie, mentre la decrescita è pianificata e intenzionale; le recessioni accrescono le disuguaglianze, la decrescita mira a ridurle; le recessioni in genere portano a tagli nei servizi pubblici, mentre la decrescita propone di de-mercificare beni e servizi essenziali; le recessioni spesso causano l’abbandono di audaci politiche di sostenibilità al fine di riavviare la crescita, mentre la decrescita è esplicitamente a favore di una trasformazione rapida e decisiva”. In sostanza la decrescita mira a una società in cui il benessere sia mediato meno da transazioni di mercato capitalistiche, valori di scambio o consumi materiali, e più da forme collettive di approvvigionamento, valori d’uso e relazioni appaganti, significative e conviviali. Un principio di giustizia globale che mira a decolonizzare il Nord del mondo per fare spazio al Sud, attraverso una giustizia riparativa e trasferimento di risorse tecnologie e denaro. In sintesi la decrescita tiene insieme questioni sociali, culturali ed ecologiche, proponendo in questo modo nuove possibili risposte alle pressanti domande del XXI secolo.
Il libro è sostanzialmente diviso in due parti: la prima è dedicata a un’analisi storica del concetto di crescita con un’analisi delle critiche ad essa rivolte, mentre gli autori partono dall’idea che la decrescita non è solo una critica ma una proposta visionaria, un programma politico, con proposte, per gli autori, visionarie abbinate a pratiche di resistenza e modi di vita alternativi da realizzare subito.
Per gli autori la crescita può essere intesa come materializzazione del processo di accumulazione capitalistica, e serve a giustificare la convinzione che sia naturale, necessaria e positiva e sia associata all’idea di progresso e all’emancipazione. Ma la crescita è anche un processo materiale che trasforma il pianeta minando la crescita dalle sue fondamenta. “La “crescita economica” descrive quindi non solo l’aumento e l’accelerazione dell’economia di produzione monetaria – quella misurata mediante il PIL – ma anche un ampio processo materiale, sociale e culturale composto da dinamiche di espansione reciprocamente costitutive. Questo processo di espansione ha trasformato la vita su questo pianeta – e il pianeta stesso – negli ultimi cinque secoli”. Tuttavia la crescita non appare solo come immensa accumulazione di merci, il flusso continuo espansivo di oggetti ed esseri mercificati e i rapporti sociali che li rendono possibili. Anche gli ambienti in cui viviamo non ne escono indenni per la continua richiesta di energia fossile, spingendo il pianeta oltre i limiti indicati dagli scienziati L’egemonia della crescita ha trasformato radicalmente le funzioni, gli scopi e la legittimità dello Stato, vincolandoli tutti alla crescita e quindi all’economia. “Quale futuro per la crescita, dunque? Ovviamente, nessuno lo sa. Ma l’idea che l’economia globale continui a crescere al 3% ogni anno, tenendo così fede alle proiezioni e alle aspettative di ciò che è considerato la “norma” in economia e nel dibattito pubblico, potrebbe rivelarsi non solo un incubo, ma anche un’illusione”.
Nella parte centrale del libro gli autori individuano e commentano 7 critiche alla crescita che negli anni si sono sviluppate. La decrescita può essere intesa come convergenza di sette critiche (riportate in tabella) in una visione olistica.

Dopo la critica alla crescita gli autori analizzano le varie proposte di decrescita proponendo una definizione: “La decrescita è più di ogni altra cosa un “movimento in movimento” e va considerata un termine ombrello per movimenti e strutture di sinistra. Ciononostante, si contano vari tentativi di definire ciò che costituisce una società della decrescita. Per cominciare, la decrescita si può definire in linea generale come la proposta di una società futura, un obiettivo verso cui lavorare…..La decrescita propone come alternativa una riorganizzazione radicalmente democratica delle strutture politiche ed economiche delle società industrializzate, con l’obiettivo di ridurre drasticamente il consumo di risorse e di energia, promuovendo al contempo una vita degna per tutti . . . La decrescita presuppone cambiamenti fondamentali nelle pratiche sociali quotidiane e una profonda trasformazione culturale, sociale ed economica che trascenda il modo di produzione capitalistico”. Ma come possiamo produrre le basi materiali necessarie per garantire a tutti una vita degna andando oltre la crescita, l’accelerazione e la competizione? Per rispondere a questa domanda, il movimento decrescita si concentra su tre dimensioni: giustizia sociale, democrazia e benessere indipendente dalla crescita.
Nel libro vengono riassunte in 6 “traiettorie specifiche” le proposte dei vari gruppi decrescitisti: (1) la democratizzazione dell’economia, ossia consolidamento dei beni collettivi, economia solidale e democrazia economica; (2) la sicurezza sociale, la redistribuzione e i limiti di reddito e ricchezza; (3) la tecnologia conviviale e democratica; (4) la redistribuzione e la rivalutazione del lavoro; (5) l’equo smantellamento e la ricostruzione della produzione; (6) la solidarietà internazionale.
Nell’ultimo capitolo del libro gli autori propongono una strategia concreta di decrescita fornendo anche esempi iniziali già attuati. Sintetizzano la proposta finale partendo dalle idee del sociologo Erik Olin Wright, che ha riflettuto su come risolvere queste tensioni in una visione unitaria. Wright ha coniato il termine “utopie reali” per descrivere strategie di emancipazione che, pur se nate all’interno del capitalismo, sono pensate per superarlo. “Egli distingue tre strategie di trasformazione che non si escludono a vicenda: le strategie interstiziali (istituzioni alternative realmente esistenti, come le cooperative e le associazioni del territorio) consentono di sperimentare cambiamenti alle istituzioni, alle infrastrutture o alle forme di organizzazione sociale infilandosi nelle crepe del capitalismo. Mediante un processo di metamorfosi, l’insieme di queste esperienze può quindi apportare cambiamenti qualitativi alle dinamiche e alle logiche su cui si regge il sistema egemonico. Le strategie simbiotiche mirano a creare forme di cooperazione tra diverse forze sociali al fine di conseguire riforme e miglioramenti concreti che vadano a modificare il sistema sociale nel lungo periodo; ciò avviene di norma all’interno dei sistemi politici tradizionali. Infine, con strategie di rottura Wright si riferisce a movimenti di massa che tentano di sovvertire il sistema sociale dominante con impeto rivoluzionario abbattendo o conquistando lo Stato. Se strategie di rottura su vasta scala (“rivoluzione”) sono raramente evocate nel contesto della decrescita, le strategie interstiziali e simbiotiche sono invece frequentemente discusse, anche se sistematicamente giustapposte”.
