di Piero Antonio Carnemolla
Tra i primi discorsi pubblici pronunciati da Leone XIV quello del 21 giugno, rivolto ai governanti in occasione del loro Giubileo, merita una particolare attenzione perché leggendo il testo si percepisce – ma senz’altro è prematura qualsiasi valutazione – uno stile comunicativo semplice, chiaro e anche suadente.
Erano presenti ben 68 delegati e a questa platea il Papa ha ricordato alcuni principi che la dottrina sociale della Chiesa ha sostenuto sin dati tempi di Pio XI. Quasi a sfogliare la memoria dei presenti ha loro rammentato come nel lontano 1927 Pio XI definì l’azione politica come «la forma più alta di carità».
La definizione fu ripresa a distanza di quasi cento anni da Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti.
In questo documento – oggi pressoché dimenticato – il pontefice rilevava che la carità politica consiste nel riconoscere ad ogni essere umano l’esser fratello o sorella. In tal modo si realizzava un’amicizia sociale, che era un esercizio alto della carità.
Spiegava Papa Francesco: «Qualunque impegno in tale direzione diventa un esercizio alto della carità. Infatti, un individuo può aiutare una persona bisognosa ma, quando si unisce ad altri per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti, entra nel campo della più vasta carità, della carità politica. Si tratta di progredire verso un ordine sociale e politico la cui anima sia la carità sociale. Ancora una volta invito a rivalutare la politica, che è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune».
L’ enciclica menzionata da Leone XIV è stata la Rerum Novarum di Leone XIII.
In quel memorabile scritto – ancor oggi insuperato pur datato 15 maggio 1891– si riscontrano
considerazioni di una tale attualità da ritenerle scritte nei nostri giorni. Non si può, come si ricava da alcuni passi dell’enciclica leonina, la vergognosa sproporzione di chi possiede una ricchezza da nababbo e chi invece conduce la propria esistenza in condizioni precarie se non, in moltissimi casi, al limite della sussistenza.
Papa Pecci chiosa che un tale squilibrio genera violenza che facilmente potrebbe sfociare nel dramma della guerra. Invece «una buona azione politica, favorendo l’equa distribuzione delle risorse, può offrire un efficace servizio all’armonia e alla pace sia a livello sociale, sia in ambito internazionale». Sono dei richiami che impongono una presa di coscienza e, in molti casi, una mea culpa per tutte quelle omissioni che oscurano quella luce che dovrebbe risplendere perché deve essere posta sopra il moggio (Cfr. Mt 5,14-15).
Si può voltare le spalle a chi è oppresso dalla miseria e dalla fame? Come si può riconquistare e meritare la fiducia di tanti diseredati che chiedono pane e lavoro? Bisogna ancora stare in compagnia dei potenti e degli sfruttatori al fine di mantenere o accrescere una posizione di prestigio immeritata e anche ingiustificata? Come dimostrare che siamo tutti eguali e, come ipocritamente spesso si dice: “fratelli in Cristo?”
Qual è l’esercizio alto della carità? Non è forse quello di individuare programmi reali che concretamene realizzano quest’esercizio? Il campo alto della carità non si ottiene forse quando ci si unisce dando vita ad autentici processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti? Solo in tal modo l’azione politica diventa veramente la forma più alta di carità.
Da non dimenticare
Prendendo lo spunto da un ‘opera di sant’Ambrogio, il De Nabuthe Jezraelita, in cui il grande vescovo di Milano sferzava la dilagante corruzione che avvelenava la società del suo tempo, Papa Francesco, nel commentare l’episodio di Acab e Nabot (1 Re 21, 1-16), non ha avuto alcuna remora nell’usare la frusta denunciando un sistema corruttivo sempre più dilagante e che non conosce confini.
Dopo aver sottolineato che sono sempre i poveri a pagare i danni della corruzione, in particolare ha detto: «Sui giornali noi leggiamo tante volte: è stato portato in tribunale quel politico che si è arricchito magicamente. È stato in tribunale, è stato portato in tribunale quel capo di azienda che magicamente si è arricchito, cioè sfruttando i suoi operai; si parla troppo di un prelato che si è arricchito troppo e ha lasciato il suo dovere pastorale per curare il suo potere». Dunque, ci sono «i corrotti politici, i corrotti degli affari e i corrotti ecclesiastici». E ce ne sono «dappertutto».
Perché la corruzione, ha spiegato il Pontefice, «è proprio il peccato a portata di mano, che ha quella persona che ha autorità sugli altri, sia economica, sia politica, sia ecclesiastica. Tutti siamo tentati di corruzione. È un peccato a portata di mano …quando uno ha autorità si sente potente, «si sente quasi Dio». La corruzione quindi «è una tentazione di ogni giorno», nella quale può cadere «un politico, un imprenditore, un prelato».
La corruzione è un prezzo che paga il povero! Espressioni e considerazioni talmente severe e intransigenti non le potevamo ascoltare se non da uno spirito libero e che non ha avuto alcuna remora o titubanza. Si è domandato papa Francesco: chi paga la corruzione?
«Certamente non la paga chi porta la tangente: egli infatti rappresenta solo l’intermediario.
La corruzione la paga il povero perché sia i corrotti politici che quelli economici con i loro intrallazzi rendono gli ospedali senza medicine, privano gli ammalati delle indispensabili cure e i bambini senza educazione. Sono loro i moderni Nabot!». Su un altro versante Papa Francesco, con quella sua straordinaria limpidezza di pensiero e con una sincerità che supera una qualsivoglia difesa di parte, ha continuato col dire: «chi paga la corruzione di un prelato? La pagano i bambini, che non sanno farsi il segno della croce, che non sanno la catechesi, che non sono curati; la pagano gli ammalati che non sono visitati; la pagano i carcerati, che non hanno attenzioni spirituali». In definitiva, a pagare la corruzione sono sempre i poveri: i «poveri materiali» e i «poveri spirituali».
L’unica strada per uscire dalla corruzione è il servizio, un servizio non interessato ma gratuito e, se umiliante, ancor più meritevole.
Tra sincerità e vigilanza
Non sappiamo e non sapremo mai con certezza che sentimenti ha prodotto nell’animo e nella mente a quei sessantotto governanti che hanno ascoltato il discorso di Leone XIV. Non basta un’adesione coll’annuire o coll’affermare d’esser stati colpiti dalle parole del nuovo Papa. Non è soltanto ipocrisia, ma una tattica ben studiata che mira a ingannare chi, in buona fede, presta ascolto a queste stonate serenate. I cittadini vengono strumentalizzati perché considerati “folla” e non “popolo”. Vengono utilizzati argomenti che solo apparentemente somigliano a un sano ragionamento perché risulta attrattivo e
convincente l’utilizzo di strategie pubblicitarie diffuse con sistematicità e abbondantemente sparse.
Questo diabolico modo di inganno sta alla base di gran parte dei casi corruttivi, e non solo. Sono molti i falsi profeti che, corrotti e schiavi della corruzione, promettono benessere e libertà cagionando una decadenza morale in molti casi irreversibile. Sono veramente arrivati quei momenti difficili che l’apostolo Paolo ricorda a Timoteo? Al suo stretto collaboratore, esortandolo ad essere vigilante, gli prospettava un
avvenire né felice né radioso, ma accidentato e preoccupante: «Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio; gente che ha l’apparenza della pietà ma ne rinnega la forza. Guardati bene da costoro! (2 Tm 3,1-5).
Piero Antonio Carnemolla
