Recensione a M. Recalcati, Uno diviso due.
Fratelli e sorelle (Feltrinelli, Milano 2025)
Quando leggiamo l’Amleto, tutti concentrati sul rapporto del melanconico principe con padre e madre, dimentichiamo che all’origine di tutta la storia c’è l’inimicizia e l’odio di due fratelli. Claudio, lo zio di Amleto, infatti, per sposarne la madre ha ucciso il proprio fratello, che invidiava e al quale voleva togliere il trono e la sposa. Anche con Paolo e Francesca, in Dante, è più o meno lo stesso: presi dalla storia d’amore dei due sfortunati amanti dimentichiamo che a ucciderli è stato il fratello di Paolo, Gianciotto,
marito di Francesca ma brutto e rozzo, mentre il fratello era bello e prestante, e perciò detestato dal cognato.
Fratricidi mitici
L’inimicizia tra fratelli non affolla solo la letteratura e le aule dei tribunali civili per questioni di eredità. I grandi miti fondativi delle civiltà più diverse spesso si dipanano proprio dalla rivalità tra due fratelli, che spinge uno dei due ad uccidere l’altro. Nella Bibbia, Caino uccide Abele, sdegnato perché Dio ha accolto i doni di lui e respinto quelli che Caino gli aveva offerto. In Egitto, Seth combatte il fratello maggiore Osiride, lo fa a pezzi e lo getta nel Nilo. Anche qui, alla base c’è l’invidia e la gelosia, perché Osiride era stato scelto per essere re.
I guai dell’umanità, secondo la mitologia greca, derivano dalla inimicizia tra due fratelli, Prometeo ed Epimeteo. Il primo saggio e generoso, il secondo maldestro e incapace, e soprattutto determinato a non dare retta al fratello. Ma i miti greci sono pieni di terribili storie di odio fratricida. Atreo riesce a strappare il trono al fratello Tieste, ma quando scopre che questi gli ha sedotto la moglie si vendica nel modo più
atroce, uccidendogli i figli e servendoli al padre come pietanza durante un banchetto.
Ed è ben noto che la fondazione di Roma comportò un fratricidio: Romolo e Remo, essendo gemelli, risolsero la questione di chi doveva regnare sulla città con la violenza, e Remo ebbe la peggio.
Intrusi, esclusi e gelosi
Freud pensava che competizione, invidia e aggressività segnassero ineluttabilmente i rapporti tra fratelli. Lui ne sapeva qualcosa, non solo perché conosceva bene la mitologia classica, ma anche per esperienza personale. La nascita del fratellino Julius, infatti era stata per lui un trauma infantile, e quando Julius era morto, ancora in fasce, il piccolo Sigmund si era sentito carico di sensi di colpa, perché sapeva che quella
morte, in cuor suo, l’aveva desiderata. Al massimo, Freud poteva concedere che l’odio per il fratello o la sorella potesse ribaltarsi nella tenerezza larvatamente omosessuale del fratello per i fratelli o della sorella per le sorelle.
Massimo Recalcati, nel suo Uno diviso due. Fratelli e sorelle (Feltrinelli 2025), non è altrettanto categorico. Il fratello o la sorella fanno la loro comparsa come coloro i quali sottraggono l’amore della madre a chi è già nato, ma questo significa che vengono considerati dei modelli irraggiungibili e come tali possono sì essere detestati e se ne può desiderare la morte, ma sono anche idealizzati e possono diventare un oggetto di emulazione.
Seguendo Lacan più che Freud, si può allora sottolineare che il “complesso di intrusione”, quello che spinge a considerare il fratello come un usurpatore, anche se non c’è in gioco un regno, comporta al fondo una fusione con lui, è il prolungamento dell’adorazione narcisistica di sé stesso, e proprio come nel mito di Narciso, che affoga gettandosi nello specchio d’acqua dove vede riflessa la propria immagine, può avere esito mortifero. L’idea di rimanere pervicacemente Uno, di non aprirsi alla dualità, alla
diversità, è il peccato originale dei rapporti malati tra consanguinei. Ed è alla radice anche dell’altro complesso, quello di esclusione, vissuto stavolta da chi viene dopo, il fratello o la sorella sopraggiunti: è il caso di Gustave Flaubert, ricostruito da Jean-Paul Sartre nell’Idiota della famiglia. Venuto al mondo al posto di una sorella molto desiderata, avverte la delusione che provano entrambi i genitori. Anche se Gustave riuscirà a rovesciare il destino che lo vuole insufficiente, smarrito, debole, trasformandosi in grande scrittore, peserà sempre su di lui un retaggio di esclusione e di isolamento.
Molti esempi cinematografici, oltre a quelli biblici, permettono a Recalcati di illustrare questi esiti malati. In Rocco e i suoi fratelli, il grande film di Visconti, la rivalità tra Simone e Rocco, tra Massimo Salvadori e Alain Delon, attraversa la carriera e l’amore per la stessa donna, la Nadia di Annie Girardot. Ma neppure quando Simone uccide Nadia Rocco riesce a uscire dalla logica dell’omertà e della identificazione con fratello, e ci vorrà un terzo, Ciro, per denunciare il femminicidio. In Inseparabili, di Cronenberg, due fratelli gemelli, ginecologi di successo, sono dilaniati dalla rivalità per la stessa donna, Claire, che mette fine ad un rapporto simbiotico. E la scena in cui Claire, nel sogno, cerca di staccare a morsi il cordone ombelicale che lega i due fratelli può ben valere come simbolo di quella fusione perversa che impedisce ai due di avere ciascuno la propria vita.
Superare l’orizzonte chiuso dell’Uno
Il punto decisivo, per Recalcati, è la necessità di superare l’orizzonte chiuso del sangue e della stirpe, di rompere il cerchio dell’Uno per guadagnare la prospettiva di una dualità, o di una pluralità. Il legame di fratellanza o sorellanza è una costruzione paziente, non un punto di partenza. Come Goethe esortava a “ricomprare” la propria eredità materiale per rendersene degni, così i rapporti familiari bisognerebbe
riguadagnarseli “adottando” il congiunto, cioè riconoscendolo nella sua alterità, ed evitando di dare per scontato che la fratellanza (ma, potremmo dire, anche il legame di genitorialità) sia un legame istituito per legge di natura. Occorre comprendere che, se non posso essere il solo preferito, devo riconoscere l’esistenza dell’altro. Il lutto dell’Uno può aprire al mondo più largo del Due, non solo all’interno della famiglia ma anche nella convivenza tra popoli (il fantasma dell’Uno degenera nell’aggressività
della guerra).
Chi ha solo un figlio, potremmo dire, dovrebbe fargli capire che c’è sempre un altro; chi ne ha più di uno dovrebbe riuscire a convincerli che ogni figlio è unico, senza che ci sia bisogno di sopraffare l’altro per affermare la propria unicità. Il fratello o la sorella, in positivo, può essere accolto come una risorsa che consente l’allargamento dell’orizzonte del proprio mondo “respirando l’ossigeno del due”.
In questo soccorre la letteratura, nella quale non mancano esempi positivi di fratellanza e sorellanza. L’ultima in ordine di tempo è l’Arminuta di Donatella di Pietrantonio, una bella storia di un legame salvifico tra due sorelle. Ma, prima di lei, è singolare che siano gli scritti autobiografici di una filosofa e di un filosofo a offrirci due storie dalle quali può venire un qualche conforto. Nelle sue Memorie di una ragazza per bene, Simone de Beauvoir riserva un posto speciale alla sorella minore, diversissima da lei ma
proprio per questo ammirata e amata di un amore ricambiato. E chi si aspetterebbe che al fondo della filosofia di Severino, apparentemente tutta dedotta da un presupposto logico che si suppone incontrovertibile, l’impossibilità che l’essere non sia, e tesa sempre a rivendicare il carattere illusorio del divenire, della trasformazione e della morte, quello che Severino chiamava “il nichilismo dell’Occidente”, ci sia invece l’amore per il fratello, Giuseppe, parecchio più grande di lui. Era appassionato di filosofia, ed era riuscito a farsi ammettere alla Scuola normale superiore di Pisa, superando un difficile esame che gli aveva fatto Giovanni Gentile in persona. Ma nel frattempo è scoppiata la Seconda guerra mondiale, Giuseppe viene richiamato al fronte e cade ucciso nel 1942. Per il fratello Emanuele è un trauma, ma lo supererà ereditando la passione filosofica del maggiore, ricalcando le sue orme fino a diventare uno dei
filosofi più noti della seconda metà del Novecento. È uno di quei casi, per fortuna non rari, in cui, direbbe Recalcati, il debito simbolico verso l’altro figlio non diventa ricatto, non si trasforma in una maledizione, ma si cambia in un contributo che alimenta la vita e la arricchisce.
