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Furio Jesi. Un ricordo

Posted on 10 Gennaio 2026

di Gianna Montanari

Furio Jesi è stato mio compagno di scuola in quarta e quinta ginnasio e in parte della prima liceo nel liceo “Vittorio Alfieri” di Torino negli anni dal 1954 al 1957. Lo ricordo come un ragazzo un po’ gracile, alto e magro, con un gran ciuffo di capelli e gli occhi scuri. Per un certo periodo, non ricordo esattamente in che classe, sedeva dietro di me, nella fila vicino alla finestra. Pur essendo un genio, cosa che tutti avevamo intuito, era pur sempre un ragazzino, con cui scambiavo dispetti infantili; non ricordo bene, mi pare che mi tirasse i capelli qualche volta e non so più come io reagivo. Nello stesso tempo però mi raccontava che scriveva articoli per una rivista di egittologia e aveva avuto contatti con Ernesto Scamuzzi, allora direttore del Museo Egizio. Sulla sua pagella, costellata di nove, stava scritto “orfano”. Suo padre Bruno, ebreo, ufficiale di cavalleria medaglia d’oro al valor militare per la partecipazione alla guerra d’Etiopia, era morto nel 1943, quando lui era piccolissimo; al riguardo alcuni studiosi sostengono che l’assenza della figura paterna, pur presente nel suo immaginario, abbia molto influenzato il suo pensiero. L’aveva quindi allevato la madre, Vanna Chirone, che era stata insegnante di Storia dell’arte nel nostro Liceo. L’aveva sempre lasciato libero di scegliere, anche quando Furio aveva deciso di interrompere gli studi in prima liceo, perché si annoiava e aveva deciso di continuare ad apprendere da solo. Pertanto Furio Jesi non conseguì il diploma di maturità e non si laureò. Ciò nonostante, grazie ai suoi studi e alle sue pubblicazioni, “per chiara fama” ottenne nel 1976 la cattedra di Letteratura tedesca all’Università di Palermo. Negli anni successivi si trasferì all’Università di Genova e in quella città morì nel 1980 per le esalazioni di monossido di carbonio da uno scaldabagno difettoso.

Si era sposato giovanissimo, a vent’anni; era Italia ‘61 quando lo incontrai, mentre con mia madre ero in coda per entrare a vedere non so quale mostra, forse a Stupinigi; aveva la moglie Marta al fianco e un bimbo di pochi mesi in braccio.

Non lo rividi più da allora, ma dopo la sua morte improvvisa ho seguito le celebrazioni che si sono tenute in suo ricordo e ho, in certa misura, ripercorso la sua storia. In poco più di vent’anni  pubblicò una quantità notevolissima di opere, che svariano in diversi settori. Partendo da un primo saggio sulla ceramica egizia (1958), scrisse diverse opere attinenti alla letteratura tedesca, tra cui Germania segreta. Miti nella cultura tedesca del ‘900 (1967); nel ‘68 pubblica Letteratura e mito, in cui ci sono i suoi primi studi su Rainer Maria Rilke oltre che su Cesare Pavese e altri poeti. Nel 1970 pubblica una raccolta di poesie, L’esilio, mentre successivamente continuano i suoi studi su Rilke, Thomas Mann, Rousseau, Kierkegaard, Hermann Hesse, Pascal, l’Illuminismo, Bertolt Brecht…; sulla preistoria scrive Il linguaggio delle pietre. Alla scoperta dell’Italia megalitica; per i suoi figli bambini scrive la favola La casa incantata, pubblicata postuma nel 1982 con le illustrazioni di Emanuele Luzzati. Nel 1979 scrive Cultura  di destra.

Politicamente Furio Jesi non esiterà a definirsi marxista, dichiarazione che interromperà la sua amicizia con Károly Kerényi (1897 – 1973), grande filologo ungherese, studioso delle religioni e del mito. Il mito fu il tema centrale intorno a cui ruotò la ricerca di Jesi: nel mito del passato si trovano le radici del presente e sono infinite le vie che collegano il mito alla realtà nella storia dei popoli.

Molte delle sue opere sono ripubblicate ancora oggi, in particolare dall’editore Nottetempo a cura di Andrea Cavalletti, (IISG, Istituto italiano di studi germanici), che sarà presente al nostro convegno del 15 gennaio.

Cultura di destra

Prima edizione: CULTURA DI DESTRA, di Furio Jesi. Garzanti marzo 1979. Sottotitolo “Il linguaggio delle idee senza parole”. Neofascismo sacro e profano: tecniche, miti e riti di una religione della morte e di una strategia politica.

Nell’Introduzione del dicembre ‘78 Jesi spiega che i testi di cui si compone il volume sono un’elaborazione di quelli già pubblicati in “Comunità” n. 175 (dicembre 1975) e 179 dell’aprile ‘78. 

Sempre nell’Introduzione Jesi afferma che per chi svolge studi sul mito è quasi fatale imbattersi nella cultura detta “di destra”: “Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbatterisi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa”. L’autore non si propone però una ricerca globale, intende semplicemente chiarire alcuni aspetti di quella cultura e integrare quanto già scritto altrove “intorno al concetto di mito e alle manipolazioni sia di tale concetto sia dei materiali mitologici nell’ambito della cosiddetta destra tradizionale”. Gli interessa soprattutto la qualità ideologica di queste manipolazioni e del rapporto con il passato che istituiscono. Poiché si tratta di  operazioni che hanno fini precisi, in particolare politici, “questo rapporto con il passato non solo è ben fondato nel presente, ma prevede un preciso assetto del presente e del futuro”.

 Alla base di questa rimeditazione del passato, un mitico passato con aspetti esoterici, un passato su cui basarsi per costruire il presente e il futuro, ci sono IDEE SENZA PAROLE, che caratterizzerebbero la cultura di destra. Che cosa significa l’espressione “idee senza parole”? Idee come principi fondamentali che stanno alla base di organizzazioni, corpi d’arma, centri di potere. Idee che si traducono in determinati comportamenti e non hanno bisogno di parole precise per essere espresse. Idee contornate, sì, di molte parole, ma parole vuote, stereotipi. Un linguaggio che sottintende un segreto che è noto agli ascoltatori. Un linguaggio “mitologico”, le cui origini sono in un passato altrettanto “mitologico” a cui ci si aggrappa per costruire un ben preciso presente. Questo linguaggio deriva dalla cultura borghese padronale e le sue “incrostazioni”, tuttora presenti nel linguaggio di oggi, derivano da una tradizione dominante per secoli. Pertanto, nota l’autore, questo linguaggio è stato fatto proprio anche dalla sinistra, perché, in fondo, anche la sinistra ha in sé un po’ di destra. In questo libro, sia pure in maniera frammentaria, intende studiare “fino a che punto “ , nelle trasformazioni della società e della cultura, la parola “ideologia” coincida con il meccanismo linguistico delle idee senza parole, dunque si riferisca a meccanismi enigmatici ed elusivi come quelli della “macchina mitologica”. Lo farà però in modo molto frammentario, eclettico ed empirico.

 In questo libro si preoccuperà, a proposito del linguaggio delle idee senza parole, delle sue fasi di oggi e delle radici di esso nelle fasi di ieri. Il linguaggio delle idee senza parole è una dominante di quanto oggi si stampa e si dice e riguarda anche la cultura di chi non vuol essere di destra, “dunque di chi dovrebbe ricorrere a parole così “materiali” da poter essere veicolo di idee che esigono parole”. Questo perché l’attuale patrimonio culturale in buona misura è un’eredità residua di destra.

La cultura “custodita e insegnata” nei secoli scorsi era quella dei potenti, e non è stata “se non in minima parte, la cultura di chi era più debole e più povero”. Non c’è quindi da scandalizzarsi se permangono delle “incrostazioni” di quella cultura, ma “vi sono buone ragioni di allarmarrsi… quando in numerosi discorsi celebrativi proprio della Resistenza ricompare il linguaggio delle idee senza parole. Delle “idee senza parole” è spesso anche il sinistrese, compreso quello più dinamitardo – “affine in ciò al parlare dei suoi avversari istituzionali”.

Tale linguaggio è innanzitutto un linguaggio esoterico, ed esoterismo non significa solo misteri eleusini o riunioni della Società Teosofica. «Ognuno ha i propri misteri: i propri pensieri segreti – diceva Hölderlin. – I misteri del singolo individuo sono miti e riti esattamente come erano quelli dei popoli.» Non solo del singolo individuo: anche del singolo gruppo. Musei d’Arma e Musei del Risorgimento abbondano di bandiere, stendardi….

Questa continuità con il passato non è di parole, ma di scelta di un linguaggio delle idee senza parole, che presume di poter dire e al tempo stesso celare nella sfera segreta del simbolo, facendo a meno delle parole, o meglio trascurando di preoccuparsi troppo di simboli modesti come le parole che non siano parole d’ordine. Di qui la disinvoltura nell’uso di stereotipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti; non si tratta soltanto di povertà culturale, di vocabolario oggettivamente limitato per ragioni di ignoranza: il linguaggio usato è, innanzitutto, di idee senza parole e può accontentarsi di pochi vocaboli o sintagmi: ciò che conta è la circolazione chiusa del ‘segreto’ – miti e riti – che il parlante ha in comune con gli ascoltatori.

Nel primo capitolo, “Cultura di destra e religione della morte”,  Jesi approfondisce le origini dell’antisemitismo particolarmente in Germania e nell’Europa dell’Est, collegandole al concetto di “religione della morte”.

Nel secondo capitolo, “Il linguaggio delle idee senza parole” si parla di neofascismo sacro e profano, con esempi tratti dalla letteratura del Novecento che riguardano autori come Carducci, Liala, Pirandello e D’Annunzio.

In Appendice troviamo due testi inediti, due commemorazioni di Giosuè Carducci tenute nel 1907  da Percy Chirone (1880, 1953), nonno di Furio, una nella sala della Società Filodrammatica Sportiva di Porto Maurizio, una, violentemente anticlericale, nella loggia massonica di Porto Maurizio. L’interesse dei due testi sta nella differenza di stile e di contenuto su un medesimo tema, scelta dal medesimo autore. 

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