La ripresa di Diario minimo aveva un altro inizio.
Riguardava il Non expedit, non giova, non conviene. Con questa decisione pontificia si proibiva ai cattolici di occuparsi e impegnarsi in politica. Divieto avviato da Pio IX, nel 1868, per non legittimare, dopo la caduta dello Stato pontificio, lo Stato italiano e in seguito sancito nel 1870. Nel 1918 questa Bolla venne poi definitivamente annullata da Benedetto XV e ciò permise a Don Luigi Sturzo di dare vita, il 18 gennaio 1919, alla nascita del Partito popolare. Partito che insieme a tutti gli altri schieramenti politici venne bandito,tra il 1925/26, con la promulgazione delle prime Fascistissime. Erano queste leggi emanate dal regime fascista di Benito Mussolini al fine di abolire ogni forma di espressione di libero pensiero. Con la fine della seconda guerra mondiale, ritornata la libertà, i partiti si costituirono e tra essi venne a riproporsi il partito dei cattolici con il nome di Democrazia cristiana.
Il simbolo del nuovo partito era lo scudo crociato e i colori utilizzati, sullo sfondo bianco, erano il rosso e il blu. Al centro una scritta “LIBERTAS”. Questa parola, fin da piccola, quando assistevo ai comizi nella piazza delle Rimembranze, la piazza principale e più importante di Pozzallo, mi ha sempre affascinato. Così come continua ad affascinarmi una figura, di cui sono sempre più una convinta estimatrice:Giorgio La Pira. Nativo di Pozzallo, persona retta, giurista, che nel 1938 contrastò le leggi razziali, emanate dal Regime, a Firenze, dove viveva, si occupava oltre che dell’insegnamento, dei bisogni dei poveri. Perseguitato, trovò riparo in Vaticano. La sua storia è nota. È stato uno dei 75 Padri costituenti ed è grazie a lui che, con caparbia volontà, mi ritrovo a riprendere a scrivere sul mio personale “Diario minimo”.
I fatti, poi, invece, mi hanno direzionato altrove. Così comincio queste pagine dal tema del prossimo referendum costituzionale.
La legge che si andrà a votare, il 22 e 23 marzo prossimo venturo, come è stato scritto, sabato 7 febbraio, sulla carta stampata, è una legge “di revisione della Carta costituzionale”, ciò vuol dire che tutti gli articoli che sono stati variati devono essere indicati, affinché il cittadino sappia che cosa andrà a votare.
La chiosa del preambolo, per chi lo avesse letto, indica la formula del testo che riceveremo alla consegna della scheda elettorale.
Da profana e, come dicono i pozzallesi, “senza sapere né leggere, né scrivere”, quella dicitura, mi aveva lasciata, di per sé perplessa, in quanto non menzionava la separazione delle carriere. “Sarà – mi sono detta, mentre mi preparavo a chiudere il preambolo – loro, gli addetti ai lavori, sanno cosa fanno.
Avviandomi quindi a riaprire le pagine virtuali di questo Diario, mi ero comunque e in ogni caso ripromessa
di non parlare degli articoli rivisti e modificati della parte IV della Costituzione, che, appunto, rinvia alla sfera giudiziaria. Mi sarei limitata a delle considerazioni riguardanti il Guardasigilli e Ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Tuttavia, considerato quanto è accaduto sabato 31 gennaio a Torino, città in cui vivo, e le immediate risposte impartite dal Governo, a seguito degli attacchi di facinorosi, (come li avrebbe chiamati la buonanima di mio padre. Oltre che violenti, pavidi – dico io – perché incappucciati) ai danni dei poliziotti, in particolare di Alessandro Calista, preso a martellate, per quel senso di libertà che mi cattura e mi irretisce, credo, sia doveroso fare un inciso e rimandare a qualche riga più in là, le idee che mi sono fatta a proposito di questa legge “di revisione costituzionale”.
Giorgia Meloni governa con il Consiglio dei ministri ormai da tre anni buoni e credo che ormai il suo sia il governo più longevo che la Repubblica italiana abbia avuto nel corso dei suoi ormai vicini ottant’anni. Un vero record, garantito dalla legge elettorale che il suo stesso firmatario, di cui non faccio il nome, ha definito “una porcata”. Sicura della sua forza Giorgia è partita subito a vele spiegate e lì per lì, in tutta verità, non avevo drizzato le antenne. Ma i fatti, meglio, i Decreti legge, dell’Esecutivo, trasformati in Leggi, a partire dal suo neonato Governo, che ricordo essersi avviato il 22 ottobre del 2022, fanno un po’ pensare e, come diceva quel volpone del mitico Giulio “a pensar male si fa peccato, però si indovina”. Qual è il mio, e non solo mio, peccato? Quello di tornare indietro a tutti i decreti leggi che hanno riguardato la sicurezza e che , entro i 60 gg, sono stati convertiti in leggi. Questo perché tra gli indirizzi programmatici di Giorgia Meloni, ormai è lampante, quello che si sta rivelando il principio cardine, il faro, risulta essere: la securta’, come, vezzosamente dagli addetti ai lavori, è chiamata la sicurezza. In poco più di tre anni dall’insediamento della Presidente del Consiglio sono stati approvati sette, ripeto sette decreti in materia di sicurezza, sei dei quali già diventati legge.
Giovedì 5 febbraio, sant’Agata, patrona di Catania, quotidiani e televisioni hanno dato molta rilevanza alle decisioni del Ministro degli Interni Piantedosi, assunte dal Governo, dopo la manifestazione torinese. In tale data lo spacchettamento della sicurezza, con il relativo decreto, il settimo, ha riguardato il fermo preventivo e il cosiddetto scudo penale a difesa dei poliziotti.
L’Italia, il nostro Paese, che nei prossimi 45 giorni ospiterà le Olimpiadi e Paraolimpiadi invernali 2026 Milano Cortina, a vent’anni esatti da Torino, cittadella delle Olimpiadi e Paraolimpiadi invernali, di punto in bianco,si trova in una strana sistemazione. Il Governo, cavalcando incresciosi fatti di cronaca: di contrasto sociale, di violenza sessuale, di crimini giovanili, è come se in questi tre anni volesse convincere gli italiani che non vivono al sicuro.
Il primo dei provvedimenti securitari che è stato approvato a fine ottobre 2022, ed è entrato in vigore nel Capodanno 2023. Era l’anti Rave party e riguardava concerti e luoghi in cui i giovani si sarebbero incontrati. Sempre nello stesso anno, dopo il tragico naufragio di Cutro, il secondo decreto in cui si inasprirono le pene contro gli scafisti e si contrastava l’immigrazione irregolare. Anche questo convertito nella legge 50/2023. Il terzo, sempre nel 2023, ha riguardato la fallimentare e costosissima opzione Albania, la nostra remigrazione in chiave italiana. Si giunge, sempre nello stesso anno, al quarto e quinto provvedimento. Il quarto, convertito poi nella legge 159/2023, è messo in atto dopolo stupro a Caivano, nel napoletano, di minorenni da parte di altri minorenni e anche per contrastare la criminalità giovanile, lecosiddette bande di maranza. Il quinto, a carico degli attivisti ambientali, con un inasprimento delle pene, rinvia all’antimbrattamento. Pur manifestando un dissenso pacifico, sinceramente – non me ne vogliano i dimostranti- è antipatico vedere mura e monumenti imbrattati. Si suggerisce, guardando a Gandhi, che ha fatto scuola, maggior intelligenza e creatività.
Nel 2024 c’è stasi.
Il sesto è del 2025 ed è il principale decreto sulla sicurezza che introduce nuovi reati e ne inasprisce altri. Riguarda la sicurezza in genere, le carceri, gli istituti detentivi e la resistenza passiva.
Nemmeno nel periodo più buio del Paese, quello del terrorismo delle Brigate rosse, si assunsero decisioni del genere. E, comunque, non vennero assunti provvedimenti securitari di rilievo, come, se rammento bene, era avvenuto per lo stesso identico problema per la Germania.
Non vorrei dire, ma al di là della condanna, senza se e senza ma, di quanto è accaduto sabato 31 gennaio a Torino, continuando di questo passo dove si vuole andare a finire?
Ora, eccomi, sono pronta ad affrontare il tema del referendum del 22 e 23 marzo prossimo. Anche qui, però, ritengo sia opportuno fare un breve ripasso storico riguardo l’indizione dei referendum costituzionali.
Dopo il referendum del ‘46 in cui, per la prima volta le donne poterono votare, perché il suffragio era diventato universale, nella nostra Repubblica e nell’arco degli ultimi 25 anni, sono stati indetti cinque referendum costitutivi. Il primo, nel 2001, che è stato confermato, ha riguardato l’approvazione della riforma del Titolo V, Parte prima, relativa ai rapporti tra Stato, Regioni ed Enti locali. Nel 2006, la riforma riguardante la Parte seconda della Costituzione, la cosiddetta devolution, proposta dal governo Berlusconi, venne bocciata.
Nel 2016, la riforma Renzi-Boschi, sul superamento del bicameralismo paritario, che prevedeva la modifica del Senato, venne bocciata e Renzi, come aveva anticipato, si dimise.
Nel 2020 la riforma sulla riduzione dei parlamentari in Senato e alla Camera dei Deputati, promossa dal Movimento 5 Stelle, fu accolta.
Nel 2022, il 12 giugno, i quesiti referendari, promossi da 9 Regioni, tutte governate dal Centrodestra, erano in tutto cinque. Tutti, in allora non vennero approvati. Di questi, tre riguardavano norme sul funzionamento della giustizia. Nello specifico, il terzo quesito chiedeva di pronunciarsi sulla separazione delle funzioni dei magistrati, il quarto sui membri laici nei consigli giudiziari e il quinto sull’elezione dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Pochi giorni dopo il referendum, il 16 giugno 2022, con la riforma Cartabia venne recepito totalmente il quinto quesito, e modificate parzialmente le norme indicate nel terzo e quarto quesito. Ecco perché oggi giuristi e togati, giudicati e requirenti, che aderiscono al NO affermano che la separazione delle carriere e la terzieta’ del giudice è già stata recepita e messa in atto. Per non parlare poi del fatto che la richiesta del passaggio da giudicante a requirente riguarda ogni anno un numero sparuto di richiedenti. Nel 2024 questo passaggio di funzioni ha riguardato 42 magistrati su un totale di 8817
Insistere sulla separazione delle carriere che, in caso di vittoria del SI, dovrebbe poi attuarsi con legge ordinaria, potrebbe aprire il varco, come ritengono i sostenitori del NO, a storture della nostra Costituzione.
La Carta della Repubblica, come ben si sa, a garanzia dell’equilibrio democratico, scinde e rende autonomi, con una serie di pesi e contrappesi i tre ordini di potere, ossia il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, a garanzia dell’equilibrio democratico.
Per l’organo giudiziario vige il detto, noto anche ai profani, che “il giudice è alla legge solo soggetto”.
Ora vengo alla riforma Nordio e come detto all’inizio, non entro nel merito dei vari articoli. Mi limiterò ad alcune riflessioni.
Ricordo innanzitutto che è stato lo stesso Ministro della Giustizia e Guardasigilli, Carlo Nordio, a dire che la riforma che porta il suo nome, approvata in Parlamento in tempi record, (poiché nessun emendamento doveva essere recepito, nemmeno da parte della stessa maggioranza al Governo) non avrebbe in alcun modo influito sui mali endemici della nostra Magistratura.
Al comune cittadino, infatti, oltre a una giustizia giusta interessa che si ponga fine alle lungaggini processuali, che ci sia adeguato organico nei tribunali e si ponga fine alle carenze del personale delle forze dell’ordine.
A questo, mi permetta e perdoni Ministro, l’aggiunta da parte sua che la riforma avrebbe facilitato la rappresentanza politica in carica, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, ha creato, in chi l’ha ascoltata, un po’ di sconcerto. Se i tre ordini e organi costituzionali devono mantenersi separati cosa sta a significare questa strizzata d’occhio alla parte avversa?
Nel suo ultimo libro “Una nuova Giustizia” ed. Guerini Associati, Ella parla di “riportare l’equilibrio tra i poteri” e definisce il sistema giudiziario una “degenerazione correntizia”… di cui i cittadini “pur nutrendo nei confronti della Giustizia notevoli perplessità non ne conoscono le più recondite anomalie”.
Il testo, in questione, pubblicato nel 2022, allorquando è diventato anche Ministro della Giustizia del Governo Meloni, si sofferma sulla separazione delle carriere, sulla ridefinizione dell’autogoverno della Magistratura e sulla nascita di un’Alta Corte disciplinare.
(segue 1)
(continua 2)
Nell’abstract del libro “Una nuova Giustizia” si legge che questa sua fatica è da ritenersi ” il capitolo conclusivo di un lungo percorso iniziato quasi trent’ anni fa, con la pubblicazione del suo primo volume, intitolato “Giustizia” ed. Guerini Associati.
Lungo tutta la carriera professionale il Ministro Nordio si è occupato di molti aspetti e ambiti giudiziari che l’hanno portato a mettere per iscritto il suo pensiero, con le sottostanti opere, tutte edite con Guerini Associati.
Il libro “Giustizia” risale al 1997.
