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Vaticano. La Curia romana tra papa Francesco e Leone XIV

Posted on 14 Febbraio 2026

Piero Antonio Carnemolla 24/01/2026, 17:49

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 31/01/2026

Nel ringraziare i membri della Curia romana in occasione dei rituali auguri natalizi Leone XIV ha, nel suo discorso, toccato alcune problematiche che riguardano non tanto di come il governo della Chiesa viene esercitato, quanto aspetti e circostanze che contrastano con lo spirito evangelico che dovrebbe animare chi è stato chiamato a svolgere un compito tanto impegnativo quanto insidioso.

La missione che il Signore ha affidato a Pietro non è stata solo quello di confermare nella fede i fedeli e gli osservanti, ma anche di richiamare, correggere, esortare e ammonire tutti, dal più misero sagrista della più sperduta parrocchia rurale ai presbiteri, compresi vescovi e cardinali che lo aiutano nell’esercizio del suo ministero. In considerazione che ogni struttura umana – è da comprendervi quell’apparato di uffici che fanno parte della Curia Romana – è soggetta al rischio della corruzione – se non già corrotta – si rendono necessari interventi al fine di eliminare accertate anomalie e anche quelle condotte riprovevoli quando se ne provi la responsabilità.

Correctio fraterna est opus misericordiae

Chi ha occupato la sedia scomoda di Pietro nello svolgimento della duplice missione, spirituale e temporale, ha incontrato difficoltà di ogni genere. Le liti in famiglia sono le più pericolose quando investono interessi materiali per cui, al fine di evitare rovinosi scivoloni, è doveroso chiarire le diverse questioni con serene discussioni e saggi interventi. La Chiesa non sfugge a possibili e inevitabili disavventure per cui chi guida la barchetta di Pietro ha il gravoso e anche ingrato compito di scrutare, esaminare e intervenire, correggere e anche condannare.

Il nuovo pontefice, Leone XIV, nel primo discorso rivolto alla composita e gommosa Curia romana, ha dichiarato «d’aver notato con delusione che alcune dinamiche legate all’esercizio del potere, alla smania di primeggiare, alla cura dei propri interessi, stentano a cambiare». L’origine della Curia, il cui fondamento è stata la comunionalità, si è nel tempo sviluppata assumendo un carattere burocratico e amministrativo al servizio del Romano Pontefice e, in quanto terrena, soggetta a pericolosi inquinamenti.

La cosiddetta correctio fraterna non deve essere considerata una delazione o un atto di crudeltà, bensì atto d’amore. Questa correctio, come insegna S. Agostino, è un sincero e autentico atto di carità e non manifestarla equivarrebbe a un danno nei confronti del fratello malato. Lo stesso santo d’Ippona in una lettera indirizzata a Valentino e ai monaci di Adrumeto e riflettendo sul beneficio del rimprovero notava che «dagli uomini cattivi che vengono rimproverati possano nascere uomini buoni che possono essere lodati». Se dopo il rimprovero l’ammonito è spinto a una preghiera fervente, grazie alla misericordia di Dio può essere aiutato a cessare dal fare cose vergognose e mortificanti, e compiere «cose lodevoli».

La pastoralità e la presenza dei laici nella Curia romana

All’inizio del suo pontificato papa Francesco ha trovato una Curia i cui membri in gran parte erano stati nominati da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Da gesuita ben informato, pur non avendo avuto né coltivato regolari contatti con questa singolare struttura amministrativa composta da oltre 2.000 dipendenti, ha tenuto un atteggiamento tanto cordiale quanto severo evitando qualsiasi tipo di adulazione.

Nella riforma della Curia romana del 19 marzo 2022, promossa e portata a termine dal defunto pontefice, colpisce la puntualizzazione secondo cui gli evangelizzatori nella Chiesa non sono soltanto papa, vescovi e gli altri ministri ordinati. A tutti costoro sono da includere i laici. Pertanto: «Non si può non tenerne conto nell’aggiornamento della Curia, la cui riforma, pertanto, deve prevedere il coinvolgimento di laiche e laici, anche in ruoli di governo e di responsabilità. La loro presenza e partecipazione è, inoltre, imprescindibile, perché essi cooperano al bene di tutta la Chiesa…»

Altra novità è la nota che si legge al cap. II n. 7 dal significativo titolo “Integrità personale e professionalità”. Vi si legge che tutti coloro che prestano servizio nella Chiesa devono distinguersi non solo per la buona esperienza pastorale, ma anche per sobrietà di vita e amore ai poveri, spirito di comunione e di servizio, competenza nelle materie loro affidate, capacità di discernimento dei segni dei tempi.

L’autorevole direttiva è cogente ed escludente qualsiasi interpretazione limitativa. Quali i motivi che hanno spinto papa Francesco quasi a codificare un principio che doveva considerarsi ovvio e incontestato? Non bisogna mai dimenticare che questo papa gesuita non ha avuto alcuna remora o titubanza nel denunciare le malattie e le tentazioni che sono presenti nella Curia romana.

Tra elogi e severi ammonimenti

Accanto a elogi e sincere manifestazioni di stima non sono mancati rimproveri, ammonimenti, richiami e inviti alla correzione. Nel suo primo discorso natalizio alla Curia romana, quello del 21-12-2013, papa Francesco invitò i cardinali ad aggiungere alle qualità della professionalità e del servizio una terza, quella della santità le cui note sono una preghiera costante, una umiltà profonda e una carità fraterna nei rapporti con i colleghi. Nel discorso del 2014 il pontefice sentì il bisogno, se non l’urgenza, di partecipare ai fratelli nell’episcopato alcune malattie, quelle definite “curiali” e sorprendentemente ne diede, sull’esempio dei Padri del deserto, un catalogo. Ne elenca quindici alcune delle quali fin troppo evidenti come 1) quella di sentirsi immortale, immune o addirittura indispensabile; 2) la malattia dell’impietrimento mentale e spirituale; 3) la malattia dell’Alzheimer spirituale oltre a quella delle chiacchiere, delle mormorazioni, dei pettegolezzi e infine quella dell’accumulare. Un elenco impietoso che sicuramente avrà causato nei destinatari stupore, turbamento e anche irritazione e nervosismo. A queste malattie curiali il papa, l’anno successivo, elenca alcune virtù “necessarie” tra le quali: la missionarietà e pastoralità, spiritualità e umanità, esemplarità e fedeltà, onestà e maturità, impavidità e prontezza, affidabilità e sobrietà. Conscio dei limiti e dei difetti della Curia Romana e quindi bisognosa di riforma, nel discorso del 22 dicembre 2016 spiegò che l’ammodernamento della Curia non ha un fine estetico «come una sorta di lifting, di maquillage oppure di trucco per abbellire l’anziano corpo curiale, e nemmeno come una operazione di chirurgia plastica per togliere le rughe. Cari fratelli, non sono le rughe che nella Chiesa si devono temere, ma le macchie!».

Una riforma ancora da riformare

Organizzare o riorganizzare un organismo amministrativo, sia civile che ecclesiale, è un compito non semplice né agevole. La riforma della Curia romana varata da papa Francesco rappresenta un timido ma anche coraggioso avanzamento per dare uno slancio più pastorale e meno burocratico a una struttura che, perché di questa terra, non è esente dal peccato. Leone XIV saprà cogliere e completare il lavoro faticoso e improbo di papa Francesco? Il primo discorso rivolto alla curia ci è sembrato timido e anche annacquato. Sul suo tavolo attendono d’esser risolte problematiche che certamente saranno oggetto di avversione e ostilità. Il gesuita p. Th. J. Reese in un lucido intervento del 2013, anteriore alla riforma del 2022, ribadì la sua convinzione secondo cui «la riforma più importante, senza la quale ogni altra riforma risulterebbe senza senso, è di smettere di elevare i funzionari curiali all’episcopato e al cardinalato». Da qui discenderebbe la «possibilità del papa di nominare o rimuovere i funzionari di curia, senza doversi preoccupare di dar loro un altro incarico di uguale o maggiore prestigio». Un tale potere, se codificato, conferirebbe al papa la facoltà di liberamente nominare un laico o una laica dalle specchiate e riconosciute virtù, sia come membro di un dicastero che come prefetto. Non è questa una delle tante promozioni del laicato che ancora attendono d’essere esaudite? Il suo coinvolgimento e protagonismo nella propria e indiscutibile missione evangelizzatrice si realizza non sempre auspicando, ma nel riconoscere concretamente quella specialissima e personale vocazione che nessun potere gli può contestare o limitare. Paolo di Tarso, laico, avvertiva i fedeli di Corinto, d’essere stato «chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio» (1 Cor 1,1), in tal modo ribadendo l’origine divina della sua missione apostolica. 

Piero Antonio Carnemolla è saggista, fra i maggiori studiosi italiani del pensiero e dell’opera di Giorgio La Pira, è direttore editoriale dei “Quaderni della Biblioteca Balestrieri”

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